Nome dell'autore: Ambrosianeum

“MA ESSA NON CADDE”: Il discorso alla città e alla diocesi dell’arcivescovo di Milano, Mario Delpini

«L’impressione del crollo imminente della civiltà, della rovina disastrosa della città segna non raramente anche la storia di Milano. Possiamo anche oggi riconoscere segni preoccupanti e minacce di crollo e possiamo domandarci: veramente il declino della nostra civiltà è un destino segnato? Ci sarà una reazione, una volontà di aggiustare il mondo, un farsi avanti di uomini e donne capaci di sognare, di impegnarsi, di contribuire a una vita migliore per la casa comune? Per Ambrogio ciò che caratterizza i cristiani è proprio la decisione di porre Gesù, Figlio di Dio e Signore del cielo e della terra, come fondamento per una costruzione che non solo sappia resistere alle tempeste ma possa anche trovare nuova vitalità, serenità, speranza». Monsignor Mario Delpini ha ricordato la centralità della figura di Ambrogio in apertura del Discorso alla città, pronunciato venerdì 5 dicembre nella Basilica di Sant’Ambrogio, alla presenza delle autorità civili, militari, agli esponenti del mondo economico e sociale di Milano e della Diocesi (QUI il testo integrale).

“MA ESSA NON CADDE”: Il discorso alla città e alla diocesi dell’arcivescovo di Milano, Mario Delpini Leggi tutto »

Abbiamo presentato…

“Verso una Camaldoli europea”, una tavola rotonda sul documento che si occupa di integrazione politica ed economica e futuro dell’Ue. “Il cammino per una Unione federale inizia dall’eremo dove i cattolici italiani si riunirono 82 anni fa, a guerra ancora in corso, per mettere le basi di una Costituzione che ripudia la guerra come strumento di composizione dei conflitti internazionali”, spiegano i promotori. “Sabato 13 settembre, nell’ottantesimo anno dalla pubblicazione del Codice di Camaldoli, è stato presentato al monastero di Camaldoli (Arezzo), ‘Un Codice per una nuova Europa’. La redazione del Codice è stata avviata per iniziativa dell’Associazione nuova Camaldoli anche in risposta alla sollecitazione del presidente della Cei, card. Matteo Maria Zuppi, a realizzare una Camaldoli europea”. Alla stesura del nuovo documento hanno concorso oltre 100 docenti universitari ed esperti provenienti da diverse associazioni e movimenti ecclesiali e laici. Rivedi l’incontro qui: https://youtu.be/kMFoAUYO3q4

Abbiamo presentato… Leggi tutto »

IPSIA 40 – I Passi, gli Sguardi, l’Impegno, l’Azione. Dal Seme all’albero: quarant’anni di presenza attiva nel mondo

sabato 22 novembre Ipsia ha organizzato un incontro per ripercorrere la storia fatta di volti, progetti e idee che hanno dato forma alla loro identità e continuano a rientrare nel loro impegno nel mondo. Sarà l’occasione giusta per incontrare, ricordare fare festa ma anche per riflettere insieme sul futuro, in un tempo segnato da trasformazioni globali. Riflettere e confrontarsi su come rinnovare la scelta di costruire ponti, promuovere partecipazione, prendersi cura delle relazioni umane e sociali per rimuovere le cause che ingenerano disuguaglianze e ingiustizie, sarà la loro sfida. “IPSIA 40 – I Passi, gli Sguardi, l’Impegno, l’Azione. Dal Seme all’albero: quarant’anni di presenza attiva nel mondo” si articolerà in tre momenti fondamentali per permettere a tutti coloro che hanno contribuito a fare IPSIA in Italia e nel mondo di ritrovarsi e riconoscersi e a tutti coloro che vogliono saperne di più di iniziare a sentirsene parte. Ai fini di organizzare al meglio l’organizzazione e l’accoglienza è importante compilare il modulo di iscrizione al seguente link: https://forms.office.com/e/VZjvAgXVHi

IPSIA 40 – I Passi, gli Sguardi, l’Impegno, l’Azione. Dal Seme all’albero: quarant’anni di presenza attiva nel mondo Leggi tutto »

Abbiamo presentato…

La rivoluzione incompiuta è un libro per chiunque voglia comprendere non solo dove va la Chiesa, ma come una delle più antiche istituzioni globali stia affrontando le sfide del XXI secolo. Un’opera che interroga credenti e non credenti sulle fragilità delle leadership contemporanee e sulla difficoltà di pensare il futuro dopo un papa diverso dai suoi predecessori. Per saperne di più clicca QUI

Abbiamo presentato… Leggi tutto »

Danzare la vita. Convegno “Per un cristianesimo della gioia”

Come quarant’anni fa, l’Azione Cattolica Ambrosiana rinnova a tutti l’invito a “Danzare la vita” Il convegno ” Per un Cristianesimo della gioia. Prospettive di spiritualità laicale” si terrà sabato 15 novembre 2025, a partire dalle ore 15.00. L’evento vedrà coinvolti giovani e adulti in un appassionante percorso in cui i gesti di ‘sciogliere le mani’, ‘muovere i piedi’ e ‘seguire la musica’, come suggerito nel 1985 da don Luigi Serenthà, allora Rettore del Seminario, possono nuovamente aiutare a raggiungere una piena realizzazione di sé. Sarà come una sosta di riflessione tra memoria e futuro: lo sguardo al passato potrà aiutare a riscoprire le radici del cammino associativo compiuto negli ultimi decenni, ma l’effettivo intento sarà quello di guardare all’oggi e interrogarci su quali possano essere gli elementi principali di una spiritualità eticamente fondata. Infatti, “Danzare la vita” ha significato per molti ex giovani di AC porsi il problema di una coscienza morale che sa guidare nelle scelte e nei giudizi, che rende capaci di compiere scelte in piena libertà, che sa condurre a vivere nella gioia piena. Pertanto, saranno proposte video-testimonianze di giovani e adulti, tra i quali anche di ex responsabili in AC; e, poi, don Giuliano Zanchi, teologo bergamasco, docente presso l’Università Cattolica di Milano, Marina Marcolini, docente di letteratura italiana presso l’Università di Udine, Marianna Platé, laureata in Filosofia presso l’Università Cattolica di Milano, dialogheranno in una tavola rotonda per indagare e approfondire, da diversi punti di vista, la complessità del tempo presente. Per iscriversi cliccare qui: https://www.cloud32.it/AC/ACL/camp/ACMI/642

Danzare la vita. Convegno “Per un cristianesimo della gioia” Leggi tutto »

Abbiamo presentato..

Lo Stato siamo tutti noi, con le scelte che compiamo ogni giorno, in famiglia, a scuola, al lavoro e nella nostra comunità. Ed è per questo che la lettura di questi ritratti rappresenta un invito, quanto mai moderno, a fare tutti la nostra parte e a essere preparati e pronti. Nonostante la limitatezza delle nostre azioni e i fallimenti che si potranno incontrare. Se vuoi saperne di più clicca QUI

Abbiamo presentato.. Leggi tutto »

Il posto che non c'è a Berlino

“IL PORTO CHE NON C’È” fa tappa a Berlino

La mostra Il porto che non c’è di Margherita Lazzati, prodotta da Galleria L’Affiche e Ambrosianeum, sbarca a Berlino dove sarà visitabile da domenica 5 ottobre 2025, presso la Trattoria ‘A Muntagnola. L’esposizione presenta undici fotografie che documentano il destino delle imbarcazioni utilizzate dai migranti per attraversare il Mediterraneo, sequestrate dalla Guardia Costiera e successivamente trasformate in opere d’arte e strumenti musicali nei laboratori carcerari italiani. Le immagini rivelano le dimensioni reali di queste imbarcazioni da pesca, utilizzate per trasportare un numero di persone cento volte superiore alla loro capacità progettuale, offrendo una prospettiva inedita su una realtà spesso rappresentata solo attraverso i media tradizionali. Margherita Lazzati torna a Berlino dopo dodici anni ospite de ‘A Muntagnola, per testimoniare l’accoglienza rappresentata da questo luogo per oltre quarant’anni. Scopri di più

“IL PORTO CHE NON C’È” fa tappa a Berlino Leggi tutto »

Abbiamo presentato

Tra la memoria e il presente, tra i ricordi e l’attività intensa sviluppata nel corso di un anno dedicato al centenario della nascita del priore in cui s’è raccolta una quantità inattesa di iniziative, Agostino Burberi racconta il “suo” don Milani, in queste pagine che toccano il cuore perché ci dicono quanto ancora quella vicenda sta generando nel presente e apra, senza posa, con determinazione spazi di futuro. Se vuoi saperne di più, clicca QUI.

Abbiamo presentato Leggi tutto »

Ascoltare di più la città – Fabio Pizzul – Corriere della Sera

L’articolo a firma del nostro Presidente, Fabio Pizzul, sul Corriere della Sera del 29 Luglio scorso. ASCOLTARE DI PIÙ LA CITTÀ Ho trovato molto interessante e stimolante il commento del professor Pasini sulla Milano di oggi, una città unica in Italia, e forse in Europa, capace di essere attraente e di tracciare linee di sviluppo che qualche anno fa neppure immaginavamo. Nemmeno i più ottimisti avrebbero pensato che dopo Expo 2015 Milano potesse diventare città turistica, con tutto ciò che ne consegue. Anche la ripresa post-COVID, rapida e frenetica, non era prevenibile ed è andata molto al di là di quello che si immaginava potessero portare i soldi del PNRR, che a Milano, in fondo, non sono serviti più di tanto. Ha ragione il professor Pasini a sottolineare, però, il fatto che la città rischia di aver smarrito la capacità di tenere assieme le diversità e di garantire a tutti coloro che la vivono la possibilità di godere delle opportunità che è capace di offrire. Milano è città dalle tante occasioni, ed è per questo che risulta costi attraente, ma sta diventando anche la città delle tante frustrazioni e delusioni per tutti coloro che scoprono di non riuscire a inserirsi nei flussi finanziari che fanno giungere a Milano fiumi di denaro, soprattutto dai fondi internazionali, ma che ben poco lasciano sul territorio, preoccupandosi più di estrarre valore che di generare crescita diffusa. Mi pare, però, di dover aggiungere un aspetto che nell’analisi del professor Pasini è rimasto un po’ sullo sfondo, ma che consente a Milano di avere ancora qualcosa di originale da proporre rispetto a molte altre città. Dialogare con la cultura per recuperare la passione In città c’è una forte tradizione di approfondimento ed elaborazione culturale che negli ultimi anni ha lavorato sottotraccia, faticando a intercettare il dibattito pubblico di una città un po’ stordita dal successo e, talvolta, incapace di gestire lo sconforto di chi capisce di non farcela più. I centri di elaborazione culturale non sono scomparsi, fanno un po’ fatica a entrare nel giro delle week e degli eventi, ma continuano a proporre riflessioni che tentano di connettere memoria e futuro, vivendo un presente complicato da capire e difficile da gestire. Penso a realtà come la Casa della Cultura, il Centro San Fedele, il Centro Culturale di Milano, l’Umanitaria, le realtà che ruotano attorno al Circolo De Amicis, piuttosto che alla Fondazione Feltrinelli o la Fondazione Corriere della Sera. Tutte mantengono un forte radicamento e continuano a proporre riflessioni senza avere risorse sufficienti per ritagliarsi uno spazio adeguato nella città dei grandi eventi. Tutto questo, tra l’altro, avviene nella maggior parte dei casi “pro bono”, a differenza di quello che accade agli “esperti”. Non è un lamento, anche perché di lavoro e di soddisfazioni (non certo economiche) tutte queste realtà continuano ad averne, ma mi permetto di formulare, con un pizzico di sfrontatezza, un auspicio: la politica, che, diceva giustamente Pasini, dovrebbe riprendere il timone della città, potrebbe, mettendosi in dialogo con queste realtà, recuperare un po’ di passione e di amore per Milano.

Ascoltare di più la città – Fabio Pizzul – Corriere della Sera Leggi tutto »

Guardiamo a Gaza con sconforto e chiediamo, con papa Leone XIV, che si intervenga per porre fine all’emergenza umanitaria

Milano, 12 maggio 2025 Assistiamo attoniti e sconfortati a quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza, dove centinaia di migliaia di persone sono ammassate in condizioni miserevoli, senza adeguati aiuti alimentari e con l’incubo di continui attacchi militari dal cielo. Il nostro sgomento non fa che crescere di fronte alle affermazioni del premier israeliano Netanyahu, che ha parlato esplicitamente di spostamenti forzati dell’intera popolazione in piccole porzioni del territorio, con l’idea che molti scelgano poi di abbandonare definitivamente il territorio di Gaza, andando ad ingrossare le fila dei profughi sparsi in altre zone del Medio Oriente. Il rispetto dei diritti umani più elementari delle persone è previsto in tutti i trattati internazionali ed è sancito anche nel diritto che regola le guerre. A Gaza ci pare che si sia andati oltre ogni limite e la condizione della popolazione non può lasciarci indifferenti. Le ragioni del contrasto alla violenza terroristica e della difesa e della messa in sicurezza del proprio territorio non possono calpestare il diritto alla vita e a una vita degna di centinaia di migliaia di persone, per lo più donne e bambini. Ci uniamo alle suppliche che papa Francesco ha elevato fino all’ultimo giorno della sua vita terrena perché cessi questa folle guerra e rilanciamo le parole di papa Leone XIV, appena eletto, che ha invocato “una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante” e ieri in piazza San Pietro ha gridato “mai più la guerra”, aggiungendo: “mi addolora profondamente quanto accade nella Striscia di Gaza. Cessi immediatamente il fuoco! Si presti soccorso umanitario alla stremata popolazione civile e siano liberati tutti gli ostaggi”. Chiediamo che le istituzioni internazionali, a partire dall’Unione Europea, si muovano per fermare l’emergenza umanitaria che a Gaza diventa ogni giorno più pesante. Preghiamo perché la pace si faccia strada e tacciano le armi in Medio Oriente e nei tanti altri teatri di guerra e perché il popolo israeliano e palestinese possano vivere in pace in una terra che è sacra per le grandi religioni monoteiste. Presidenza dell’Azione Cattolica Ambrosiana Presidenza delle ACLI Milano, Monza e Brianza Fondazione Culturale Ambrosianeum Milano, 12 maggio 2025

Guardiamo a Gaza con sconforto e chiediamo, con papa Leone XIV, che si intervenga per porre fine all’emergenza umanitaria Leggi tutto »

Veglia del Lavoro – In occasione del Primo Maggio

In occasione della “festa dei lavoratori” del Primo Maggio, pubblichiamo la traccia della relazione che la professoressa Rosangela Lodigiani dell’Università Cattolica e membro del Direttivo di Fondazione Ambrosianeum, ha proposto durante la Veglia del lavoro promossa dall’Arcidiocesi di Milano in collaborazione con le ACLI, l’Azione Cattolica Ambrosiana e la Compagnia delle Opere il 28 Aprile presso la sede regionale della ACLI in via Luini 5 a Milano, alla presenza dell’Arcivescovo di Milano monsignor Delpini. “Il lavoro, un’alleanza sociale generatrice di speranza” I paradossi del lavoro e il senso reclamato Il mondo del lavoro oggi è segnato da molteplici paradossi, da forti contraddizioni. “Lavorando noi diventiamo più persona, la nostra umanità fiorisce”, ha detto in più occasioni papa Francesco, ribadendo la centralità del lavoro per lo sviluppo umano integrale, secondo una visione che innerva tutta la dottrina sociale della chiesa. A partire da questa espressione, potremmo dire: la persona “viene prima”, e per prima – in quanto tale – conferisce dignità al lavoro, qualunque lavoro. Ciò, poiché la persona non si risolve nel lavoro, non è definita totalmente dal lavoro. In quel «più» è a mio avviso racchiuso il segno dell’eccedenza dell’essere umano rispetto al lavoro. Ce lo insegna chi dal lavoro è escluso.  E ce lo insegnano oggi i giovani quando chiedono che il lavoro concorra a sviluppare relazioni di senso, quando di essere sostenuti nei propri progetti di vita, nelle proprie aspirazioni. Il lavoro come legame e come responsabilità dentro la storia Le dichiarazioni di principio non bastano. La dignità della persona, come del lavoro, la dignità della persona al lavoro va tutelata nel suo farsi storico, cioè nel modo in cui il lavoro diviene esperienza concreta nella vita delle persone e della società; un farsi storico segnato, lo abbiamo detto, da criticità, contraddizioni, ambivalenze con cui siamo chiamati a fare i conti, rispetto a cui prendere posizione. Questa consapevolezza è ben espressa nello stesso magistero sociale della Chiesa dove il riferimento alle condizioni dei lavoratori è sempre presente. Basti pensare alla rilevanza che il tema del “lavoro decente e dignitoso” ha acquisito nel tempo, specie a partire dal Giubileo dei lavoratori del 2000 quando Giovanni Paolo II lanciò su questo tema un appello per una coalizione mondiale assieme all’Organizzazione internazionale del lavoro. È interessante rileggere la definizione di lavoro decente e dignitoso ripresa da Benedetto XVI nella Caritas In Veritate. Ricordiamone alcuni aspetti essenziali: è decente e dignitoso un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna. Un lavoro liberamente scelto, non soggetto a costrizioni, sfruttamento e qualsivoglia discriminazione, capace di assicurare un reddito adeguato lungo il corso della vita, che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare; che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale, che associ efficacemente i lavoratori allo sviluppo della loro comunità. Questa definizione è particolarmente efficace, a mio avviso, perché ci ricorda che, se il lavoro è ciò che continua a dare senso alla nostra vita, ad assicurare condizioni di una vita dignitosa per noi e le nostre famiglie, è anche ciò che produce quei “legamenti”, quelle connessioni e interdipendenze che generano la coesione sociale, che operano per il bene comune. E tuttavia, dentro i paradossi prima accennati vedo oggi nascondersi un rischio: il rischio di perdere di vista il senso lavoro come un legame sociale che concorre alla costruzione della società. Ma del lavoro come legame sociale non possiamo fare a meno. Sono le illusioni dell’individualizzazione a fare credere che ciò sia possibile. Anche tra i giovani. La società, infatti, nasce come convivenza organizzata e solidale dalla dimensione costitutivamente relazionale della persona: la persona è incapace di rispondere da sola ai propri bisogni materiali, simbolici, incluso quelli identitari. Pensiamo a quanto il lavoro concorra a costruire la nostra identità sociale. Si coglie qui la radice antropologica del lavoro, che si inscrive nella condizione dell’essere umano, una condizione di finitezza e di apertura insieme: l’essere umano ha dei bisogni a cui dare risposta e vi risponde con, per e grazie ad altri. In estrema sintesi possiamo dire che il lavoro è una azione trasformativa capace di rispondere a dei bisogni dell’uomo; una interazione col mondo e con l’altro da sé, immersa in altre relazioni; è una relazione sociale essa stessa. Di questo legame, di questa relazione abbiamo oggi bisogno di prenderci cura, tanto quanto della qualità del lavoro. Le alleanze possibili tra processi di avviare, responsabilità da assumere, segni da cogliere Penso che oggi serva soprattutto generare una discontinuità, un modo diverso di pensare e quindi di praticare il lavoro per una nuova cultura del lavoro, e un rinnovato impegno sociale verso il lavoro. Vedo tre possibili vie. 1. Un’ alleanza educativa per rilanciare i processi di socializzazione lavorativa, ripartendo dalla dimensione di scambio, di patto, di alleanza tra le generazioni; processi entro cui trasmettere e negoziare, co-costruire anzitutto valori condivisi riferiti al lavoro, al suo senso, al suo valore per le biografie personali, i contesti organizzativi, la società nel suo complesso; processi entro cui riscoprire la dimensione vocazionale del lavoro come forma compimento, fioritura della persona, contribuzione al bene comune. Processi che rimettano al centro la loro dimensione educativa, di senso, e non solo la loro funzionalità rispetto all’assunzione di ruoli sociali, di ruoli lavorativi, come invece l’enfasi posta sul tema delle transizioni (al lavoro, alla vita adulta) sembra suggerire. Sistemi formativi ai vari livelli, famiglie, imprese ma persino le politiche pubbliche (pensiamo a politiche come Garanzia Giovani o a Gol – Garanzia Occupabilità dei lavoratori) e i servizi per l’impiego sono luoghi di socializzazione. Questi contesti di quale lavoro parlano? Quale idea di lavoro trasmettono? Quale spazio offrono per l’ascolto della voce dei giovani, delle persone più fragili, del senso che essi attribuiscono all’esperienza lavorativa in rapporto al proprio complessivo progetto di vita? Sono questi

Veglia del Lavoro – In occasione del Primo Maggio Leggi tutto »

Il messaggio del nostro Presidente per la morte di Papa Francesco

Ci uniamo come Fondazione Culturale Ambrosianeum al dolore per la scomparsa di Papa Francesco. Il suo magistero e la sua testimonianza ci hanno consegnato un nuovo modo di intendere la cultura come autentica espressione dell’umanità in tutte le sue manifestazioni, a partire da quelle più fragili e periferiche.Per una realtà come la nostra, profondamente radicata in una città come Milano, il magistero di Papa Francesco ha rappresentato uno stimolo continuo a interpretare e vivere la città come paradigma delle contraddizioni e delle ricchezze del mondo contemporaneo. Leggiamo, solo per fare un esempio, in “Evangelii Gaudium”: “È necessario arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle città. Non bisogna dimenticare che la città è un ambito multiculturale. Nelle grandi città si può osservare un tessuto connettivo in cui gruppi di persone condividono le medesime modalità di sognare la vita e immaginari simili e si costituiscono in nuovi settori umani, in territori culturali, in città invisibili. Svariate forme culturali convivono di fatto, ma esercitano molte volte pratiche di segregazione e di violenza. La Chiesa è chiamata a porsi al servizio di un dialogo difficile. D’altra parte, vi sono cittadini che ottengono i mezzi adeguati per lo sviluppo della vita personale e familiare, però sono moltissimi i “non cittadini”, i “cittadini a metà” o gli “avanzi urbani”. La città produce una sorta di permanente ambivalenza, perché, mentre offre ai suoi cittadini infinite possibilità, appaiono anche numerose difficoltà per il pieno sviluppo della vita di molti. Questa contraddizione provoca sofferenze laceranti. In molte parti del mondo, le città sono scenari di proteste di massa dove migliaia di abitanti reclamano libertà, partecipazione, giustizia e varie rivendicazioni che, se non vengono adeguatamente interpretate, non si potranno mettere a tacere con la forza”. (Evangelii Gaudium, 74) Fondazione Culturale Ambrosianeum, in molte occasioni negli ultimi anni, ha tratto spunto dalle indicazioni profetiche di Papa Francesco, a partire dall’ecologia integrale, per sviluppare riflessioni sulla città e le sue molteplici manifestazioni. Affidiamo Papa Francesco alla misericordia di Dio e ci disponiamo a tenere viva la sua eredità. Fabio PizzulPresidente Fondazione Culturale Ambrosianeum

Il messaggio del nostro Presidente per la morte di Papa Francesco Leggi tutto »

Il video integrale della presentazione del libro “Salviamo la cosa pubblica. L’anima smarrita delle nostre istituzioni”

Presentazione del libro “Salviamo la cosa pubblica – L’anima smarrita delle nostre istituzioni” di Paolo Gomarasca e Francesco Stoppa, edizioni Vita e pensiero. Incontro in Fondazione Ambrosianeum tenutosi Venerdì 7 Marzo alle ore 18.30 con l’autore Paolo Gomarasca, docente dell’Università Cattolica, ed Elena Granata, docente del Politecnico. Modera Fabio Pizzul, Presidente di Fondazione Ambrosianeum.

Il video integrale della presentazione del libro “Salviamo la cosa pubblica. L’anima smarrita delle nostre istituzioni” Leggi tutto »

AMBROGIO. UNA LUCE DA MILANO

Agostino racconta Ambrogio: spettacolo in prima assoluta nel cuore di Milano Adriano Bassi e Simone Tansini – Parole e Musica Quando la parola stampata si separa dalla carta per diventare racconto teatrale, musicale, vivo e pulsante, la più grande sfida, per chi si carica di questa responsabilità, è quella di riuscire a mantenere il più possibile integra l’anima del testo originario. La vita di Ambrogio narrata da Agostino, di Marco Garzonio, è un lavoro profondo e delicato in cui la vicenda umana, intima ed introspettiva, si fonde a quella storica che ha riverberato in tutto il bacino del mediterraneo, culla religiosa e culturale del tempo. Il passaggio più importante per la realizzazione di questa pièce è stato quindi quello di riuscire a conservare questo spirito. Ambrogio una luce da Milano è una narrazione lontana dall’agiografia, è il ricordo di un colosso della cristianità vissuto attraverso le memorie, le impressioni e le analisi di chi è stato al suo fianco, lasciandosi attraversare e modificare dalla forza dirompente e rivoluzionaria di Ambrogio. Simone Tansini, autore della pièce, ha impostato lo spettacolo in forma di dialogo interiore – che potremmo definire monologo polivocale- tra Agostino e le voci che hanno squarciato il tempo, lo spazio e la coscienza, portandogli la notizia della morte dell’amato vescovo di Milano. Per Agostino narrare la storia di Ambrogio significa raccontare di sé, della propria vita, della propria conversione, dei dubbi, delle incertezze, degli sbagli e delle trasformazioni. La grandezza del vescovo di Milano viene rappresentata attraverso la sua storia, ma soprattutto attraverso l’impatto che essa ha avuto sulle vite degli altri e di come questo percorso di cambiamento sia proseguito anche dopo la sua morte. Le genti di Ippona trattengono il fiato con Agostino e sentono la necessità di commuoversi con lui, di vivere un lutto personale come se appartenesse all’intera comunità. Sottesa alla narrazione si avverte una necessità di scoperta dell’Ambrogio uomo, consularis e faro della fede, una tensione emotiva che diventa dialogo tra Agostino e il pubblico, perché conoscere Ambrogio significa scoprire e riscoprire se stessi. Ambrogio una luce da Milano non parla attraverso un solo linguaggio, poiché il dialogo interiore di Agostino si trasforma in musica. In una veste che si affranca dall’idea di semplice accompagnamento, acquisendo il ruolo di macchia sonora che punteggia il racconto espandendone i confini sensoriali attraverso interventi a sostegno della parola e momenti solistici. Proprio in quest’ottica di amplificazione emotiva del linguaggio musicale il M. Adriano Bassi ha composto i brani presenti nello spettacolo, dialogando con l’autore dei testi ed intessendo un sapiente canto e controcanto delle azioni narrate, lasciandosi ispirare da atmosfere musicali che diventano veri e propri affreschi. Ad impreziosire ulteriormente il tessuto di questo spettacolo i cantori della Schola Gregoriana Laudensis, diretti da Giovanni Bianchi, che eleveranno la parola nella sua dimensione più mistica. Ambrogio una luce da Milano diventa così una pièce di più linguaggi che si intrecciano, esaltando e ricreando quelle sensazioni suscitate dal testo primigenio di Marco Garzonio. La storia di Ambrogio, attraverso la sua narrazione, trova così nuova vita, nuova forza, nuova luce. Marco Garzonio – Autore del libro “La vita di Ambrogio narrata da Agostino”, da cui la pièce è tratta.

AMBROGIO. UNA LUCE DA MILANO Leggi tutto »

Online il video integrale della presentazione del libro “Cristiani testimoni per la chiesa di oggi e di domani. A confronto con Carlo Maria Martini”

Sul canale YouTube della Fondazione, al seguente link, potrete visionare la registrazione della presentazione del libro di Franco Giulio Brambilla e Marco Vergottini “Cristiani Testimoni per la chiesa di oggi e di domani. A confronto con Carlo Maria Martini”, svoltasi giovedì 7 Novembre presso la nostra sede di Via delle Ore,3 a Milano. Intervengono Gianni Borsa – giornalista e Presidente di Azione Cattolica Ambrosiana, Franco Giulio Brambilla – vescovo di Novara, Gaia De Vecchi – professoressa di teologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e Marco Vergottini – teologo e autore del libro. Coordina Fabio Pizzul, Presidente Fondazione Ambrosianeum. Il magistero del cardinale Carlo Maria Martini colpisce per la sua indiscussa attualità e forse ancor più per la sua incisività profetica. Egli ci ha insegnato a pensare il futuro della Chiesa in Italia, e del cristianesimo in Occidente, con una nuova prospettiva conciliare che si riflette sullo stesso uso concettuale e lessicale del termine “laicato” per designare il corpo dei fedeli non consacrati, che è andato in disuso. E Martini lo ha intuito precocemente. Franco Giulio Brambilla e Marco Vergottini avviano, a partire delle suggestioni del Cardinale, un ripensamento radicale del tema, in vista di un riassestamento della “questione laicale”, inserendola nel quadro dei problemi che toccano oggi la vita della Chiesa, dentro il contesto dell’attuale vicenda storico-civile e a servizio della città degli uomini. QUI IL VIDEO

Online il video integrale della presentazione del libro “Cristiani testimoni per la chiesa di oggi e di domani. A confronto con Carlo Maria Martini” Leggi tutto »

Online i video integrali degli incontri sull’ECOLOGIA INTEGRALE

Sul canale YouTube della Fondazione, ai seguenti link, potrete visionare i due incontri del ciclo a tema “Ecologia integrale e dintorni. Verso la COP29 di Baku” che hanno avuto luogo presso la nostra sede di Via delle Ore,3 a Milano il 30 Ottobre e il 6 Novembre. PRIMO APPUNTAMENTO: “IL GRIDO DELLA TERRA E(è) IL GRIDO DEI POVERI. A quasi 10 anni dalla Laudato Sii, che cosa insegna ancora l’ecologia integrale?”, introduce e coordina Fabio Pizzul – Presidente Fondazione Ambrosianeum, intervengono Mauro Bossi SJ – Delegato per l’ecologia della Provincia Euromediterranea della Compagnia di Gesù, Simone Morandini – Direttore di “Credere Oggi” e vicedirettore dell’Istituto di Studi Ecumenici San Bernardino, Gaia De Vecchi – Professoressa di teologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Testimonianze di Davide BRAMBILLA e Giovanni FORMIGONI – Rete Internazionale Comunità Laudato Sii, Olgiate Olona QUI IL VIDEO SECONDO APPUNTAMENTO: “ENERGIA PER IL PIANETA. COME AZIONARE IL CAMBIAMENTO”. Introduce e coordina Fabio PIZZUL -Presidente Fondazione Ambrosianeum ETS, Giovanni MORI -Ingegnere energetico, attivista per il clima e autore del podcast News dal pianeta terra, Chiara TINTORI – Politologa e saggista, Paola VALBONESI -Osservatorio italiano povertà energetica QUI IL VIDEO

Online i video integrali degli incontri sull’ECOLOGIA INTEGRALE Leggi tutto »

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in Fondazione Ambrosianeum

Sergio Mattarella in Fondazione Ambrosianeum ieri, 14 Ottobre 2024, in occasione dell’incontro per celebrare i 60 anni del centro orientamento immigrati Associazione Franco Verga. Nel corso dell’evento sono intervenuti Fabio Pizzul, Presidente della Fondazione Culturale Ambrosianeum; Lino Duilio, Presidente dell’Associazione “Franco Verga”, Giovanni Azzone, Presidente della Fondazione Cariplo e Don Massimo Mapelli. Zahra Masoumi Posthmasari ha portato la sua testimonianza e Adina Rizwan ha recitato la poesia “Ricordanza”. L’artista ucraina Kateryna Dorosh ha eseguito un brano musicale. L’evento si è concluso con l’intervento del Presidente Mattarella. L’Associazione Franco Verga – C.O.I. sviluppa progetti nel territorio di Milano, allo scopo promuovere i diritti e migliorare la qualità della vita degli stranieri, facilitare l’integrazione ed il dialogo interculturale e contribuire alla lotta alla povertà e all’esclusione sociale. Qui di seguito, il discorso integrale del Presidente Mattarella: «Rivolgo un saluto al Sindaco, a tutti i presenti, lietissimo di trovarmi qui, in questa storica sede dell’Ambrosianeum. Quanto abbiamo ascoltato fa ricordare una storia straordinaria di crescita e di integrazione, sviluppatasi a cavallo degli anni ‘60 del secolo scorso. Una vicenda che si lega strettamente a quelle di oggi, con quanto ci rammentava il Presidente di Cariplo. Il proposito di rendere più coesa la nostra società “sostenendo la creazione di valore condiviso, intervenendo sulle disuguaglianze”. Dovremmo, forse, dire una vicenda che riflette l’anima milanese, quella profonda, della generosità, dei diritti, della solidarietà. Perché, Sindaco, so che questa è Milano. La città della Società Umanitaria, della Tazzinetta Benefica, del Pane Quotidiano, dell’Opera cardinal Ferrari. Iniziative radicate in questa città; molte sorte, addirittura, alla fine dell’Ottocento. Altre, come i City Angels, frutto della contemporaneità. Si usa dire che “Milan la ga el cor an man”. Per chi – come me – non è milanese: che Milano ha il cuore in mano. Per voler esprimere, illustrare la capacità di integrazione progressiva su cui Milano ha basato anche il suo sviluppo: la laboriosità dell’immigrazione veneta, l’esodo giuliano-dalmata, l’ondata migratoria dal Meridione. Tutti hanno contribuito alla crescita e al progresso di Milano. In quello che era il triangolo industriale tutte le città recano i segni della industrializzazione e della immigrazione. Ma non sono i manufatti, gli edifici a comporre una città. Sono le persone. La storia italiana è fatta di emigrazione e di immigrazione. Trenta milioni gli italiani partiti per l’estero tra l’unità d’Italia e il secolo scorso. Sei milioni, adesso, quelli che vivono stabilmente all’estero. Oltre un milione e trecentomila gli italiani che si trasferirono dal Meridione al Nord negli anni ‘60. In dieci anni – dal ‘51 al ‘61 – trecentomila soltanto a Milano. Non senza tensioni, in quella che apparve una sorta di contrapposizione – che oggi sembra incomprensibile e ormai consegnata alla cronaca di quegli anni – tra nuovi arrivati e antichi residenti e, invece, anche un dialogo fecondo nelle periferie urbane tra vecchi e nuovi milanesi, tra immigrati e ambiti sociali popolari, spesso – questi – espulsi dai centri storici che avevano abitato. Gli immigrati, in questa grande città, hanno contribuito a farne la storia. E, in essa, una parte è toccata al Centro Orientamento Immigrati, al COI, oggi Associazione Franco Verga, frutto di intuizione, di analisi e di riflessione mature e lungimiranti. Il boom economico svuotava le campagne – toccò a Cremona e Mantova, ad esempio, in Lombardia – per poi sollecitare aree ben più lontane del nostro Paese. Fu il momento delle “Coree” alle periferie della città, nella cintura di centri urbani sin lì assopiti. Il momento di imponenti iniziative di edilizia popolare che avrebbero cambiato la fisionomia di Milano. E Milano, a lungo, ha avuto un apposito Assessorato all’edilizia popolare, per affrontare la crisi delle abitazioni. Nuovi arrivi, com’è naturale, significano nuova dinamica sociale. Le città, in realtà, hanno sempre richiamato energie nuove, dinamismo, innovazione. Già il primo censimento del neonato Regno d’Italia, nel 1861, registrava che la metà dei residenti a Milano non era nata in città. Una dinamica nuova sollecitava partecipazione negli anni ‘60 del secolo scorso. E sorgono così, nel capoluogo lombardo come in altre città, i comitati spontanei di quartiere, per affrontare i problemi quotidiani, per sollecitare le autorità alla soluzione di questi problemi. Il fervore di partecipazione negli anni ‘60 è contagioso, sorgono centri sociali, circoli culturali. Si susseguono indagini sociologiche. Le realtà periferiche, densamente popolate, reclamano, in quell’epoca – e sovente ancora oggi, in alcune città – di divenire protagoniste. E tocca a un gruppo di giovani, raccolti intorno alla figura di un deputato, Franco Verga – giovane anch’egli – rendere concreta la percezione di uno dei fondatori del COI, Giancarlo Moretti – figura di quegli anni non sempre adeguatamente ricordata – anche lui espressione di una periferia, quella del Corvetto – o, come si chiamava in origine, della Gamboloita – che si era reso conto che non occorreva una nuova iniziativa caritatevole che si aggiungesse a quelle già esistenti, ma piuttosto uno strumento di integrazione. Questo lo scopo del Centro orientamento immigrati. Offrire strumenti per alfabetizzare gli immigrati, per sostenerli nella ricerca di una casa e di un lavoro. Sono presenti in questa sala – per quanto mi è stato detto – alcuni dei fondatori, nel 1963, di quello che, all’origine, era un centro studi sui problemi degli immigrati, per divenire poi un esempio straordinario di spinta all’integrazione. Vanno ricordati Giampiero Lecchi, Sandro Bertoja e quanti altri hanno accompagnato, negli anni, l’esperienza. Poc’anzi don Mapelli ci ricordava, evocando don Milani, che trasmettere e “insegnare la lingua e la cultura italiana, accompagnare i giovani e gli adulti che arrivano sul nostro territorio a divenire cittadini significa costruire insieme la città”, riporta a quei tempi. Ai corsi di alfabetizzazione organizzati nel 1964 dal COI.  Perché, all’epoca – può sorprendere – era questa la condizione in cui si trovavano troppo spesso i migranti, pur essi italiani. E fanno bene – Presidente Azzone – la Fondazione Cariplo e l’ACRI ad agire oggi nella direzione di costruire, così, cittadinanza. Franco Verga è – egli stesso – emblematico del dopoguerra a Milano. La biografia che gli ha dedicato Vincenzo La Russa offre spunti interessanti. Dove nasce Verga? Nasce

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in Fondazione Ambrosianeum Leggi tutto »

RICOSTRUIRE L’ISTRUZIONE TECNICA

Da tempo le nostre aziende industriali lamentano la mancanza di tecnici. Il disallineamento tra la domanda di professioni tecniche e l’offerta supera ormai le 100.000 unità all’anno, una cifra preoccupante che si prevede anche per i prossimi 5 anni con possibili peggioramenti. La percentuale media di insoddisfazione nel reperire personale qualificato da inserire nei propri organici ha raggiunto il 50% e il costo che ne consegue, un disvalore che ricade sulle imprese per le difficoltà di recruiting, è stato stimato in 38 miliardi di euro. Gli effetti negativi sulle aziende sono di vario genere, con il rischio di riposizionare alcuni settori industriali su attività a medio-basso valore aggiunto e a scarso contenuto di innovazione. La mancanza di tecnici causa difficoltà e impossibilità ad acquisire maggiori ordini e nuove commesse, per cui ne deriva non solo una mancata crescita ma il rischio di diminuzione delle vendite, con perdita di competitività. Nello stesso tempo si osserva una diminuzione della produttività e quindi un incremento del costo del lavoro per unità di prodotto, e di conseguenza difficoltà nel fare innovazione, sviluppare nuovi prodotti e nuovi mercati, e tanto altro ancora. Tutto questo comporta un danno economico stimabile in alcuni punti di PIL, con ricadute immediate sul nostro welfare, sia per la parte assistenziale che sul sistema previdenziale, che essendo a ripartizione, avrebbe invece bisogno non solo di un incremento continuo di lavoratori non precari, ma soprattutto di lavoratori con medie e alte conoscenze. Al Paese serve indiscutibilmente l’industria, e in un mondo dove il manufacturing avanzato è il pilastro di tutte le economie evolute, va preservata la nostra manifattura che ancora resiste e continua ad occupare la seconda posizione in Europa dopo la Germania. Ma non sarà così senza un’istruzione tecnica allineata all’avanzamento tecnologico dei nostri tempi. Non è più sufficiente rincorrere il tempo, ma abbiamo l’urgenza di anticipare i tempi. Per dirla con un aforista famoso, “il tempo che ammazzo mi sta ammazzando”. È la ragione per cui sollecitare l’”ultima chiamata” per una policy al fine di mantenere la seconda posizione manifatturiera in Europa. L’istruzione tecnica, che in un lontano passato ha formato la classe dirigente che ha fatto grande il Paese, può diventare di nuovo un’immediata leva strategica per generare crescita economica sostenibile per le nostre imprese, crescita occupazionale non precaria per professioni con media e alta conoscenza, uno strumento infine di regolazione e modulazione dell’emigrazione economica per aprire nuove opportunità di sviluppo al nostro Paese. Le professioni tecniche dell’area industriale e dei servizi associati saranno le professioni chiave per crescere con successo.Occorre però uscire da un immaginario consolidato, esito di un cattivo orientamento scolastico e professionale, dove i mestieri tecnici sono stati considerati per lungo tempoprofessioni di serie B, originate da percorsi scolastici considerati anch’essi di serie B. L’istruzione tecnica, in una economia evoluta, deve essere la punta di diamante del sistemascolastico del Paese e deve potersi confrontare con i maggiori sistemi di istruzione tecnica al mondo. La nostra istruzione tecnica ha bisogno di un processo di reengineering per tornare ad essere di nuovo al servizio del Paese. Perché questo si realizzi occorre un progetto ambizioso che superi l’annosa non consapevolezza del problema e allo stesso tempo coinvolga responsabilmente tutte le parti in gioco, operando oltre gli orizzonti e le certezze dentro cui ci si è mossi finora Il testo si rivolge al corpo intero della società. Alla dirigenza politica, al mondo dell’economia e delle imprese, al mondo del lavoro, al corpo docente e al mondo della scuola e soprattutto alle famiglie e agli studenti accompagnandolinel loro percorso di scelta. Lo fa con un approccio originale, seguendo un percorso trasversale denominato delle tre E, che sono le iniziali di Economy, per partire dalla conoscenza del settore economico industriale, di Employability per riflettere sulle professioni tecniche di quest’area economica e infine “atterrare” nell’area dell’Education, intendendo la Technical Education ossia l’istruzione tecnica nella sua accezione più ampia e più avanzata. Il libro è suddiviso in tre parti. La parte prima per conoscere e familiarizzare con l’istruzione tecnica; la parte seconda per approfondire alcuni argomenti che impattano significativamente sull’istruzione tecnica; la parte terza per offrire punti di partenza per rivisitare l’istruzione tecnica. Gli argomenti proposti accompagnano il lettore nella comprensione metodologica del sistema economico “servito” dall’istruzione tecnica, con una facile rappresentazione e modellizzazione della realtà delle aziende e delle professioni che vi operano, in modo che sia comprensibile e utilizzabile dal mondo della scuola. Naturalmente, le unità di osservazione e di studio per la scuola, nel settore economico industriale, non saranno più le sole aziende, ma il sistema allargato della loro supply chain, intendendo la catena che comprende oltre le aziende i loro clienti e i clienti di quest’ultimi, come i fornitori e i fornitori di costoro. In questa sistemica rappresentazione, il testo aiuta a identificare, comprendere e definire i profili delle professioni che afferiscono all’istruzione tecnica, smontando lo stereotipo che le ha per lungo tempo rappresentate come mestieri a bassa attrattività. Per formare delle buone professioni tecniche occorre una offerta di istruzione tecnica di alto livello, integrata anche con percorsi scolastici extracurricolari on demand, che sia attrattiva non solo per gli studenti e loro famiglie, ma anche per tutti gli altri stakeholder, e finalmente poter raddoppiare in tempi brevi il numero degli iscritti all’istruzione tecnica secondaria e terziaria del settore industriale, non sottovalutando in parallelo il calo demografico che sarà una delle condizioni aggravanti del prossimo futuro. Il libro aiuta a guardare con interesse in casa della Germania, locomotore dell’economia industriale europea, con le sue aziende strettamente interconnesse con le imprese e l’economia italiana, per anticipare e presidiare nuovi scenari di competizione che saranno imposti dalle sempre più imprevedibili sfide dell’economia globale, anche per rafforzare il ruolo manifatturiero del continente europeo. Valerio Ricciardelli

RICOSTRUIRE L’ISTRUZIONE TECNICA Leggi tutto »

QUALE EUROPA CI ASPETTA?

INTERVENTO DEL PROFESSOR ANTONIO ZOTTI AL CONVEGNO TENUTOSI IN FONDAZIONE AMBROSIANEUM IL 9 LUGLIO 2024 Fabio Pizzul: Darei la parola ad Antonio Zotti, per capire, dal punto di vista di chi studia da anni le istituzioni europee, che momento stiamo attraversando e cosa cambia dopo questo passaggio elettorale. Antonio Zotti: Proprio perché sono tanti anni che osservo, mi appassiono a quest’oggetto di studio, che, detto tra noi, fra i nostri colleghi molto spesso viene inteso come un oggetto di osservazione abbastanza noioso rispetto ad altri. Io vi dirò qualcosa che spero voi abbiate la pazienza e la voglia di interpretare non soltanto come un tentativo di far la parte del “bastian contrario”; è qualcosa di cui sono profondamente convinto sia come risultato della mia osservazione sia anche con un intento prescrittivo e normativo su come sarebbe bene che il processo di integrazione proceda. È stata usata un’espressione che molto spesso ricorre nei discorsi sull’Unione Europea, “il giusto percorso dell’integrazione europea”. Io sono persuaso che il processo di integrazione europeo è tanto più avanzato, sofisticato e tanto più prettamente politico, quanto meno ha un percorso giusto, predefinito. Fino a poco tempo fa, fino a un decennio fa, il processo di integrazione europeo era predefinito verso sempre una maggiore unità e il concetto di una maggiore unità sostanzialmente veniva identificato con un trasferimento di poteri dai governi nazionali a delle istanze sovranazionali. Poi ci sono le difficoltà, il governo più euroscettico, c’è Brexit, ci sono i danesi che non vogliono entrare nell’unione monetaria, c’è De Gaulle negli anni ‘60 che non vuole fare entrare gli inglesi e così via. In fondo questi sono semplici deviazioni dal giusto percorso che porterà a….. Non sarete ovviamente nuovi all’identificazione, ad esempio, di figure di riferimento nel discorso pubblico: Spinelli, l’idea federalista. Mantenere questa idealità è un intento assolutamente lodevole se qualcuno ci tiene e tuttavia il processo di integrazione politica, nella misura in cui noi vogliamo che sia un processo prettamente politico, non può essere predefinito. Non è un processo teleologico, che ha un fine predefinito. I processi politici non hanno fini predefiniti. La politica è fatta di opzioni che competono fra di loro. A volte si compete con l’utilizzo della violenza, di conflitti. A volte si compete attraverso processi istituzionalizzati come il voto, l’influenza, la pressione. In questo senso, il profilo maggiormente positivo, pure in un contesto che chiaramente ci offre molti motivi di preoccupazione, è il fatto che il processo di integrazione europea, sta diventando davvero politico, davvero contendibile. La salienza del processo di integrazione europeo nel dibattito politico e nel dibattito pubblico non è effettivamente mai stata così alta ed è così alta da quando c’è chi lo contesta apertamente, da quando la contestazione del processo di integrazione europeo non è più una questione limitata alle discussioni all’interno del consiglio dei ministri o in un contesto ancora meno istituzionalizzato che è il consiglio europeo, che fino al ‘79 non esisteva, dal ‘79 con il Trattato di Lisbona non era un’istituzione dell’Unione Europea: era una vecchia conferenza internazionale, i capi di governo che si incontrano e fanno le cose al di sopra del dibattito pubblico, al di sopra anche dei dibattiti parlamentari. Eppure, quelli erano gli anni appunto del cosiddetto “consenso silente” in cui erano tutti d’accordo con l’integrazione europea perché non se ne parlava: la bandiera, l’Erasmus, De Gasperi, Schuman. Ora la contestazione, invece, ci dimostra l’essenza sempre più politica del processo di integrazione. La politica è l’allocazione autoritativa dei valori scarsi, cioè quando qualcosa non accontenta tutti, non c’è modo di accontentare tutti, c’è bisogno di politica: uno dice giallo e uno viola e bisogna confrontarsi. Non ce n’è abbastanza per tutti, non c’è una soluzione che accontenta tutti. Come si fa? Non si è d’accordo e bisogna trovare un modo per convivere senza essere d’accordo: questa è la politica. Se uno è interessato ad avere un’Unione Europea che sia davvero un ente politico, questa politicità dell’UE non può venire se non attraverso la contendibilità politica delle sue scelte. Questa non è soltanto la fola di un analista che ha il piccolo interesse a vedere se diventa politico o no, è solo la politicità del processo che fa si che alcune decisioni cruciali, quali, ad esempio, quali sono i termini ai quali si partecipa a un conflitto o, ancora a monte, quali sono i termini ai quali possiamo procurarci le risorse economiche ma anche politiche di scegliere se farlo o no si può condurre un conflitto, eventualmente anche definendo nuove regole del conflitto. La questione guerra-pace per l’UE, molto spesso, viene presentata in termini “o l’Unione Europea è per la pace e non fa la guerra o è uguale a tutti gli altri e fa la guerra”. L’UE, almeno dagli anni ’90, è impegnata in un lavoro, molto spesso passato assolutamente sotto il radar di dibattiti pubblici, di trasformazione anche degli stessi conflitti. L’UE è impegnata da 30 anni in missioni anche militari, molto spesso sono missioni che hanno una componente civile e una militare. L’UE non manda semplicemente i soldati a fare le cose, insieme ai soldati manda i magistrati, i funzionari delle anagrafi danesi, italiani, portoghesi che servono perché se un Paese è appena uscito da un conflitto e, ad esempio, dopo 2 anni fanno le elezioni serve supporto per come si fanno gli elenchi elettorali, come si informatizzano le cose, come si fa ad avere la polizia locale, i vigili urbani che riescono a evitare conflitti interetnici che possono avvenire perché c’è quello che sta pascolando le pecore nel posto che gli è stato assegnato che in realtà i suoi nonni che avevano un’altra identità etnica…L’UE, in altre parole, non è che nel momento in cui diventa politico perde il suo afflato a trasformare la realtà. La trasforma e, tuttavia, questa trasformazione non è fatta semplicemente attraverso l’adesione a un grande ideale, è fatta attraverso l’esercizio della politica. La politica è fatta appunto dei grandi orientamenti ma anche delle politiche: prendere risorse ad assegnarle al fine di

QUALE EUROPA CI ASPETTA? Leggi tutto »

Addio al Prof. Franco Anelli

È scomparso nella serata di ieri, giovedì 23 maggio 2024, il Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Prof. Franco Anelli. Dal 2018 faceva parte del Consiglio Direttivo della Fondazione, cui partecipava attivamente e con interesse seguendone gli sviluppi degli ultimi anni. Il Consiglio Direttivo, Comitato dei Sostenitori e la segreteria di Fondazione Ambrosianeum ETS esprimono tutto il loro cordoglio e vicinanza alla comunità accademica, alla famiglia e agli affetti del caro Professore, per questa improvvisa e tragica notizia. Su questi canali daremo informazioni sulle esequie, appena disponibili.

Addio al Prof. Franco Anelli Leggi tutto »

Fuorisalone 2024 in Ambrosianeum

La settimana del Fuorisalone ha raggiunto anche Fondazione Ambrosianeum: da Lunedì 15 a Domenica 21 Aprile la nostra sede in Via delle Ore,3 si trasforma in spazio espositivo grazie alle opere di Design Singapore (https://www.fuorisalone.it/it/2024/eventi/4601/Future-Impact-2) Future Impact 2 presenta nuovi lavori commissionati dai designer più innovativi e pionieristici di Singapore che dimostrano come il design possa evolversi per creare un futuro sostenibile. La mostra è presentata dal DesignSingapore Council e curata da Tony Chambers e MC Didero. Venerdì 19 aprile, i visitatori possono partecipare a una festa gratuita con drink singaporeani e un DJ set dal vivo dalle 18:00 alle 22:00. Workshop pratici gratuiti si terranno dal mercoledì 17 al venerdì 19 aprile, dalle 12:00 alle 16:00, con una sessione speciale per incontrare i designer venerdì 19 aprile dalle 14:00 alle 18:00. Visite possibili tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 19.

Fuorisalone 2024 in Ambrosianeum Leggi tutto »

Addio a Giorgio Bagliani

Lunedì 1° aprile ci ha lasciati Giorgio Bagliani, all’età di 100 anni. Fondatore, presso la chiesa di Santa Maria del Rosario, del Centro d’azione culturale Walter Tobagi di Milano, nato poco dopo l’assassinio del giornalista, avvenuta il 28 maggio 1980 per mano della Brigata XXVIII marzo a Milano. Presidente della sezione milanese dell’Unione cristiana imprenditori dirigenti (Ucid), Bagliani non fu solamente un promotore di iniziative culturali di grande valore ma anche un profondo sostenitore dell’attività di Fondazione Ambrosianeum. In occasione del docufilm “Storie di Ribelli per amore”, di produzione della Fondazione, l’ingegner Bagliani è stato una voce preziosa nel testimoniare l’importanza dell’organizzazione O.S.C.A.R. (Opera Scoutistica Cattolica Aiuto Ricercati) che permise la fuga in Svizzera di ex prigionieri, dissidenti e ebrei durante il periodo bellico. Lo stesso Bagliani, con l’aiuto dell’organizzazione clandestina, varcò il confine nella zona di Varese con abiti clericali per trovare la salvezza e la libertà. L’Ambrosianeum si stringe intorno alla famiglia, nel ricordo di un caro amico dai gesti generosi, come la donazione di uno storico programma delle manifestazioni della Fondazione risalente al 1951. I funerali hanno avuto luogo Mercoledì 3 aprile nella chiesa di Santa Maria del Rosario a Milano.

Addio a Giorgio Bagliani Leggi tutto »

Dal nostro pellegrinaggio per la pace in Terra Santa. Giorno 4

Il nostro Consigliere Paolo Dell’Oca è a Gerusalemme con un gruppo di pellegrini partiti con il pellegrinaggio per la pace organizzato da Fondazione Ambrosianeum. In questi giorni condivideremo sul nostro sito qualche riflessione. Sentinella, quanto resta della notte? È (stata) dura scrivere di incontri che si aprivano con la richiesta che nulla di quello che veniva detto fosse poi pubblicato: l’aggiornamento è riuscito quindi più diaristico rispetto a quanto non fosse nelle intenzioni. Le lacrime degli esseri umani non hanno nazione, e abbiamo conosciuto un Israele traumatizzato, che sente di avere vissuto il suo 11 settembre; le reazioni statunitensi (e NATO) all’attacco terroristico del 2001 sono note. Ma trovo che questo tipo di confronti risulti spesso irriguardoso e non mi avventuro in esamine geopolitiche che non mi competono. Oggi abbiamo visitato la comunità di Neve-Shalom (What as-Salam), il cui nome significa “Oasi della Pace”, centro spirituale pluralistico che ha realizzato scuole dell’infanzia e scuole primarie biculturali: le ragazze e i ragazzi che completano il ciclo scolastico parlano ebraico e arabo, hanno studiato una storia più complessa dei loro coetanei e vedono le cose da due punti di vista. Quando entrano nei cicli di studio successivi, all’esterno della comunità, trovano ambienti molto diversi da quelli da cui provengono. È allora che gli anni precedenti acquisiscono un valore. Rientro in Italia con una visione amara ma più tridimensionale rispetto a una settimana fa, e passando per Nicopolis, una delle possibili località in cui è stato ambientato l’episodio evangelico di Emmaus, non posso non ricondurlo alla nostra esperienza, compresa la fatica a realizzare fino in fondo la Pasqua e il senso della vittoria sulla morte. Anche Cleopa e il suo compagno di strada sono molto presi dagli eventi tragici di Gerusalemme, si aspettavano un esito differente dalla loro trasferta. Il nostro sconforto è stato constatare che il tempo della pace in Terra Santa sembra non essere questo. Prima bisogna porre termine al conflitto e poi, e saranno anch’essi giorni terribili, costruire la pace. Marco Garzonio, nel suo “Ritorno a Gerusalemme”, cita Elie Wiesel, sopravvissuto ad Auschwitz e a Buchenwald, quando descrive un’impiccagione di tre prigionieri, tra cui un bambino. Scena tragica così prossima a quello che è accaduto in Israele e in Palestina ad ottobre e nei mesi successivi. Questi, che Wiesel chiama “l’angelo dagli occhi tristi”, restò in silenzio durante l’esecuzione; gli altri due invece gridavano la loro fede nella libertà, nell’uomo che conosce il bene e il male ed è libero di operare l’uno o l’altro. Wiesel commenta così la scena del bambino che pende dalla forca: “Dov’è dunque Dio?” E io sentivo in me una voce che rispondeva: “Dov’è? Eccolo: è appeso a quella forca”. La notte è il titolo del libro di Wiesel. Sentinella, quanto resta della notte? Paolo Dell’Oca

Dal nostro pellegrinaggio per la pace in Terra Santa. Giorno 4 Leggi tutto »

Dal nostro pellegrinaggio per la pace in Terra Santa. Giorno 3

Il nostro Consigliere Paolo Dell’Oca è a Gerusalemme con un gruppo di pellegrini partiti con il pellegrinaggio per la pace organizzato da Fondazione Ambrosianeum. In questi giorni condivideremo sul nostro sito qualche riflessione. Ma il sepolcro è vuoto Se ieri eravamo nei luoghi della Natività, oggi siamo stati su quelli della Pasqua: il collegamento l’ha spiegato ieri P. Patton: il Natale è orientato alla Pasqua; Gesù nella mangiatoia (che pare un po’ una bara) è mostrato avvolto in bende in una grotta, come sarà nel sepolcro. E in molte rappresentazioni gli occhi di Gesù neonato sembrano già sapere molto di quello che l’aspetterà. Oggi, nel 166° giorno di guerra, il sepolcro era vuoto, ma davvero: non c’era praticamente nessun altro pellegrino al di fuori di noi. Abbiamo incontrato Padre Ibrahim Faltas, Vicario Custodiale di Terrasanta, il Cardinale Pierbattista Pizzaballa ed una giornalista ebrea israeliana. La gente è stanca, su questo sono d’accordo tutti. Ma ognuno a suo modo riporta che il giorno è fatto dalla notte, che certe notti sembrano non finire mai, ma l’alba arriva sempre. Sovviene in mente il Cardinale Martini, quando diceva che «Qui tutti vogliono la pace, però nessuno vuole pagarne il prezzo». Pierbattista Pizzaballa è stato incardinalato il 30 settembre e 7 giorni dopo c’è stato il massacro di Hamas. Padre Ibrahim Faltas, egiziano, nel 2002 fu assediato nella Basilica della Natività per 39 giorni e guidò le trattative tra israeliani e palestinesi. Le loro parole, e quelle della giornalista, han dato profondità alla comprensione dell’inferno che le popolazioni stanno attraversando, e non abbiamo potuto non stupirci che l’ONU oggi abbia certificato Israele come il 5° Paese più felice del mondo. “Dipende dalla solidarietà sociale interna”, ci spiega chi è andato a leggere come è stata stilata la classifica. Della solidarietà della popolazione italiana e del nostro Governo ci parla invece p. Ibrahim: quasi 160 bambini palestinesi feriti sono stati trasportati con tre velivoli militari e una nave in tutta Italia, per essere medicati. Un’operazione molto complessa, che l’Italia sia apripista per altri Paesi europei? E forse un po’ apripista è il nostro gruppo: a diversi tra noi la situazione è parsa ancora più grave di quanto non si sapesse già, ma è indubbio che questi incontri, per cui veniamo puntualmente ringraziati, costituiscono un metterci in mezzo, in senso lato un’intercessione. L’auspicio condiviso dai nostri interlocutori è che la GEAway riesca ad organizzare altri pellegrinaggi come questo, fiammelle trepidanti in questa notte. Paolo Dell’Oca

Dal nostro pellegrinaggio per la pace in Terra Santa. Giorno 3 Leggi tutto »

Dal nostro pellegrinaggio per la pace in Terra Santa. Giorno 2

Il nostro Consigliere Paolo Dell’Oca è a Gerusalemme con un gruppo di pellegrini partiti con il pellegrinaggio per la pace organizzato da Fondazione Ambrosianeum. In questi giorni condivideremo sul nostro sito qualche riflessione. Archeologi di pace Dopo essere saliti a Gerusalemme ieri, oggi siamo andati a Betlemme. Nessuna stella ha potuto guidare la corsa del nostro pullman, giacché ha piovuto incessantemente e quindi siamo incappati in diverse strade bloccate. I poster in aeroporto con i volti degli ostaggi ancora in mano ad Hamas, le bandiere israeliane su numerosi edifici e il deserto di turisti sono segnali visibili di una guerra pulsante in questa Terra Santa, terra che è stata definita come il quinto Vangelo. Padre Francesco Patton, incontrato prima di partire per il nord, ha citato Rachel Goldberg, portavoce dei genitori degli ostaggi: “Noi dobbiamo comprendere la sofferenza dei palestinesi di Gaza e loro devono comprendere la nostra”. Tenere il cuore sgombro dai sentimenti negativi è la cosa più difficile, e la pace si costruisce con quello che facciamo, ma anche con quello che diciamo. P. Patton ci ha ringraziato per essere venuti in Israele “Già questo è un lavorare per la pace”, e quando nel pomeriggio abbiamo visitato l’Istituto Effatà Paolo VI per le bambine e i bambini audiolesi, le Suore Dorotee, i cui superpoteri annichilirebbero qualunque personaggio Marvel, ci han confessato commosse che eravamo i primi visitatori da ottobre. Il 168° Custode di Terrasanta ha precisato anche l’importanza del linguaggio, comunicazione che può essere comunione, segnalando due rischi da evitare: da una parte l’equidistanza assoluta dai problemi, una distanza di sicurezza come se fossimo al cinema, e dall’altra l’atteggiamento estremo del tifoso. D’altronde il sistema comunicativo non rappresenta la realtà, ma ne rappresenta una frazione emozionante, l’eccezione. Non fa notizia il cane che morde l’uomo, ma l’uomo che morde il cane. Conoscere il passato è una chiave necessaria per capire il presente, ci spiega Anton Salman, sindaco di Betlemme, avvocato cattolico, in un interessantissimo incontro in continuità con la nostra sete di comprensione. La cura dell’informazione è anche una delle sveglie (l’immagine non piacerà a don Alessio Albertini) che Suor Sandra Castoldi ci invita a suonare: tenere acceso il cervello, con fede, speranza e carità (ben educate, intendiamoci), può dar vita ad un’economia alternativa. La pace è dei miti, conferma l’illuminante Alessandra Guzzetti (giornalista di TV2000), e bisogna allenarsi a cercare la luce in ogni buio. In una frase della madre di un ostaggio, per esempio. Dobbiamo essere archeologi di pace, chiosa Rossella, una pellegrina. Paolo Dell’Oca

Dal nostro pellegrinaggio per la pace in Terra Santa. Giorno 2 Leggi tutto »

Dal nostro pellegrinaggio per la pace in Terra Santa. Giorno 1

Il nostro Consigliere Paolo Dell’Oca è a Gerusalemme con un gruppo di pellegrini partiti con il pellegrinaggio per la pace organizzato da Fondazione Ambrosianeum. In questi giorni condivideremo sul nostro sito qualche riflessione. Dal Dal Monte Scopus   “Perché vai a Gerusalemme?” L’alacre funzionaria della sicurezza non desiste, le risposte che le do non la convincono, probabilmente non convincerebbero neanche me. O forse sono quei timbri ucraini sul passaporto. “Lei mi parla di cultura e sociologia e arte e Rapporti sulla Città e corsi di medicina: ma allora cosa c’entra Fondazione Ambrosianeum con un pellegrinaggio?”, m’incalza, a ragione. Anche Martini quando gli fu chiesto perché avesse scelto di vivere a Gerusalemme rispose che non lo sapeva. E mica lo dico io, lo scrive il promotore di questo viaggio, Marco Garzonio, nel suo “Ritorno a Gerusalemme” (gradito omaggio dei tour operator della GeaWay, cui va il merito dell’organizzazione). Nel 2019 come Fondazione Ambrosianeum conducemmo con Caritas Ambrosiana e Fondazione Arché un percorso sull’accoglienza delle persone migranti rivolto ai giovani della diocesi intitolato “Un altro modo è possibile”. Quale modo? Non lo sapevamo, ma non poteva essere quello il nostro modo. Anche quello è un punto di partenza: sapere cosa non è il tuo. Per il Papa, e per ogni cristiano, tutte le guerre sono guerre civili; quelle che finiscono sui telegiornali e quelle che invece non finiscono, sembrano infinite. E allora si va a Gerusalemme perché non se ne può più di rimanere a casa, si va in Terra Santa ad ascoltare la voce di chi sa ascoltare il dolore dell’altro. Intercediamo con i nostri corpi, facciamo un passo in mezzo, per scoprire se per caso abbiamo la vocazione del seme e, insieme alle comunità che ognuno di noi ha in Lombardia, riusciremo presto o tardi o più tardi a far germogliare qualcosa. Che se scoppiasse la pace in Terra Santa, ci sarà pace in tutto il pianeta. Gerusalemme è l’ombelico del mondo, tra tre continenti e tre religioni. Siamo qua, in 18, a cercare la pace. È strano venire a cercarla qua, ma il pellegrino è, etimologicamente, colui che attraversa i campi, straniero al suo tempo e alla sua terra. Lo straniero fa cose strane, gli altri mica lo capiscono. Fa semine piccole, o almeno ci prova. Perché vai a Gerusalemme? Paolo Dell’Oca /*! elementor – v3.19.0 – 07-02-2024 */ .elementor-widget-image{text-align:center}.elementor-widget-image a{display:inline-block}.elementor-widget-image a img[src$=”.svg”]{width:48px}.elementor-widget-image img{vertical-align:middle;display:inline-block}

Dal nostro pellegrinaggio per la pace in Terra Santa. Giorno 1 Leggi tutto »

CANTARE LA FEDE OGGI

Un centinaio di persone ha partecipato – nella mattina di sabato 9 marzo – a un incontro di confronto, ricordo, ricerca sul futuro del canto religioso. Organizzato dalla Fondazione Culturale Ambrosianeum (con il patrocinio dell’Azione Cattolica milanese, della casa discografica Rusty Records e de La Gloria Music), e il benvenuto da parte del Vicario Generale della Diocesi Mons. Franco Agnesi e di don Riccardo Miolo (del Servizio diocesano per la Pastorale Liturgica), ci si è interrogati sul tema “Cantare la fede oggi”. L’occasione è stata data dal ricordo di Gianni Rugginenti (scomparso a 77 anni nello scorso settembre), fondatore dell’omonima casa editrice e dell’etichetta discografica Rusty Records. Dalla metà degli anni Sessanta, partendo dalla sua esperienza in seno all’Azione Cattolica milanese, Rugginenti (per tutti e da sempre “il Rusty”) è stato colui che ha avuto il coraggio di “osare” nel rinnovamento della musica religiosa, al servizio della liturgia e dell’animazione, “contagiando” in questa avventura tanta gente. Guidati da Fabio Pizzul, presidente dell’Ambrosianeum, sono intervenuti più relatori, non per costruire un ricordo nostalgico della figura di Rugginenti ma per provare ad attualizzare la sua esperienza come spunto di risposta alla domanda: “Come cantare oggi la fede? Quali le sfide del canto religioso, fuori e dentro la liturgia?”. Daniela Paci ha ripercorso l’esperienza della Commissione Musicale dell’Azione Cattolica, quell’esperienza che dagli anni Settanta ha raccolto le esigenze di cambiamento poste dal Concilio Vaticano II, ha portato alla pubblicazione delle raccolte “Insieme”, ha animato non solo le celebrazioni e i momenti comunitari ma ha dato una spinta di crescita al “cantare la fede (fondamentale fu l’incontro con Mons. Pierangelo Sequeri: “ci fece conoscere le parole nuove di cui sentivamo il bisogno per raccontare la fede”). Giovanni Marchisio ha ricordato l’avventura umana, cristiana, imprenditoriale a tutto tondo di Rugginenti (avventura raccontata nel recente libro “Sono nato da un sorriso” edito da Volontè & Co), avventura che ha ruotato intorno a quattro concrete parole chiave: Grazie (ricordata anche dall’ascolto di una canzone scritta dal Rusty: “Grazie per questi amici”), Servizio, Fiducia, Sorriso. Parole chiave che hanno permesso a Rugginenti di “dire la sua” non solo nella musica religiosa, ma altresì nella musica classica, nella didattica musicale e in tanto altro. Andrea Marco Ricci – che con la sua etichetta La Gloria Music porta avanti la missione di unire tradizione e innovazione – ha delineato i tratti caratterizzanti dell’eredità che Rugginenti ha lasciato nel canto religioso: il ruolo dell’editore come “operatore culturale appassionato” attorno a cui si costruiscono relazioni, e capace tra l’altro – come testimone autentico che parla di Verità e Vita – di cogliere le sfide e i linguaggi del nuovo contesto in cui operiamo oggi. L’intervento di Luca Diliberto ha posto un forte accento su due elementi fondanti del “cantare la fede”: la dimensione comunitaria e la valenza educativa del canto nel percorso di fede. Una ricerca dell’autentico valore del canto, che non è un semplice abbellimento della liturgia, bensì il racconto della fede vissuta dell’intera comunità: questo richiede attenzione alla qualità teologica e spirituale nella stesura dei testi, e cura nella costruzione dei repertori. Guido Meregalli nel suo intervento ha raccontato il canto come “balsamo”, capace di restituirci la piena funzione evangelizzatrice della liturgia a patto che si lavori al rinnovamento della stessa su cinque piste: linguistico, antropologico, teologico, pastorale, ecclesiologico. E su queste piste si cercano esploratori, capaci di rinnovare senza rassegnarsi. Sulla pista del linguaggio si è poi introdotto don Bortolo Uberti, parlando di nuovi linguaggi, tra giovani, musica e fede: come suscitare l’incanto, lo stupore, la meraviglia della fede oggi? “La tradizione è custodire il fuoco, e non adorare le ceneri”, pare abbia detto Gustav Mahler: “cantare la fede” oggi ha bisogno di nuovi linguaggi, e magari anche di ridare dignità ministeriale al ruolo del cantore e del musicista religioso. Il convegno ha fatto riaffiorare storie che vale sempre la pena raccontare, ha evidenziato la passione di molti per il canto religioso, ha lanciato una sfida bella, impegnativa e urgente perché “cantare la fede” non sia questione dei soli addetti ai lavori bensì passione di una comunità che – attorno a testimoni entusiasti come lo è stato Rugginenti – coltivi il gusto di raccontare e alimentare la fede (scriveva Sequeri nell’introduzione a una raccolta di canti: “cantare quello che non potremmo dire e non sappiamo tacere”). A latere dei vari interventi, buoni ascolti “targati Rugginenti”, con brani che andavano da Sequeri a Meregalli e Diliberto, a cura del virtuoso gruppo musicale guidato da Roberto Arzuffi. E in conclusione della mattinata, una sorpresa per tutti: un affettuoso omaggio alla memoria di Rugginenti da parte dei gloriosi Mnogaja Leta Quartet, che sulle note di “Nobody Knows” e di “When the saints go marching in” (che ha trascinato nel canto tutti gli intervenuti) hanno ricordato il loro storico editore e hanno ricordato a tutti che – in fondo – siamo parte di una storia che continua. /*! elementor – v3.19.0 – 07-02-2024 */ .elementor-widget-image{text-align:center}.elementor-widget-image a{display:inline-block}.elementor-widget-image a img[src$=”.svg”]{width:48px}.elementor-widget-image img{vertical-align:middle;display:inline-block}

CANTARE LA FEDE OGGI Leggi tutto »

Lettera di Claudia Colla per il convegno su Jacques Delors

Milano, 7 febbraio 2024 Gentili autorità, gentili istituzioni, Signore e signori,non potendo essere presente oggi per un concomitante impegno della nostra Rappresentanza, desidero, attraverso questo messaggio, ringraziare il Presidente Fabio Pizzul della Fondazione Culturale Ambrosianeum per il gradito invito, estendendo a tutte le autorità e istituzioni presenti – e i partecipanti tutti – i saluti della Rappresentanza della Commissione europea a Milano. In queste settimane lo abbiamo visto, lo abbiamo letto, si sono ripercorsi i passi di Jacques Delors padre fondatore della moderna e attuale Unione europea. Nelle parole della Presidente Ursula von der Leyen, “siamo tutti eredi dell’opera della vita di Jacques Delors: un’Unione europea vivace e prospera”, rimane vivo e imperituro il suo operato e il suo ricordo. “Un’Unione europea vivace e prospera” appunto, ha desiderato il visionario Jacques Delors per il suo continente, martoriato dalla Seconda guerra mondiale e vittima di distruzione e violenza in ogni sua forma. La sua convinzione era orientata verso l’obiettivo di un’unione sempre più stretta tra le nazioni e i popoli europei in un contesto di pace, libertà, solidarietà, cooperazione. Nel suo ruolo di presidente della Commissione europea, Jacques Delors ha contribuito instancabilmente alla cooperazione tra gli Stati, favorendo un approfondimento dell’integrazione europea senza precedenti. Tra gli architetti dell’euro e del mercato unico, durante il decennio alla guida della Commissione europea si è battuto per l’idea di “Europa sociale” e per i valori collettivi di equità e istruzione. In un periodo di instabilità come quella dei primi anni Ottanta, gli anni dell’“Eurosclerosi”, ha saputo dare slancio e speranza ad un progetto che faceva fatica a decollare anche per via dello scetticismo e della poca fiducia dei cittadini europei. Ma la storia ce lo insegna: è nei momenti di crisi che l’Europa ha saputo fare i passi più importanti! Jacques Delors è stato il faro che ha saputo guidare la nostra Unione nei momenti critici, come sottolineato qualche giorno fa dalla Presidente Ursula von der Leyen, lavorando instancabilmente per un’Europa più forte e unita, capace di affrontare sfide globali con determinazione. Permettetemi di sottolineare come la dedizione di Jacques Delors alla costruzione europea abbia ispirato generazioni successive di leader e la sua eredità persiste ogni giorno per il raggiungimento condiviso di un futuro prospero ed equo. Una volta Jacques Delors disse che l’Europa ha bisogno di un’anima, con la convinzione che tra gli europei ci voglia una vera comprensione reciproca e non soltanto interessi comuni. Bisogna tenere viva questa fiamma, trarre ispirazione dalla sua visione e dall’ impegno nel plasmare un continente più unito, solidale, pacifico con democrazie sempre più partecipative, come cittadini, elettori ed europei. Claudia COLLACapo RappresentanzaRappresentanza della Commissione europea a Milano Per rivedere l’intero convegno: https://www.radioradicale.it/scheda/720034

Lettera di Claudia Colla per il convegno su Jacques Delors Leggi tutto »

UN PELLEGRINAGGIO DI PREGHIERA IN TERRA SANTA

Siamo lieti di annunciare un pellegrinaggio speciale firmato Fondazione Ambrosianeum e GeaWay Tour Operator: UN PELLEGRINAGGIO DI PREGHIERA IN TERRA SANTA A GERUSALEMME PER INVOCARE LA PACE Dal 18 al 21 Marzo 2024 La guerra in corso in Medio Oriente non può lasciarci indifferenti e chiede un coinvolgimento che vada oltre l’auspicio che presto possano aprirsi strade per la pace. Da qui l’idea di andare in Terra Santa «per una preghiera di intercessione e di pace», come segno del non volersi arrendere all’inevitabilità della violenza. Niente potrà essere come prima dopo le orrende violenze di Hamas del 7 ottobre e la spropositata reazione dell’esercito di Netanyahu, i 23 mila morti a Gaza e quelli in Cisgiordania, le vittime e i patimenti di ostaggi e famiglie. Nonostante questo, a Gerusalemme sinagoghe, chiese, moschee, strade e mura sono luoghi di preghiera, pietre vive di speranza contro ogni speranza, semi di vita, spinte a rialzarsi da tensioni secolari. Pregare a Gerusalemme è riconoscersi fragili ma non impotenti, limitati ma non predestinati al buio, bisognosi di cambiare a partire da sé. A partire da queste riflessioni, la Fondazione Culturale Ambrosianeum e Geaway Tour Operator promuovono un Pellegrinaggio di solidarietà a Gerusalemme dal 18 al 21 marzo. Quattro giorni e tre notti dedicati a momenti di preghiera e riflessione in luoghi significativi della Città Santa, intervallati da incontri con personalità coinvolte in prima linea nel dialogo per la pace. Non mancheranno spazi per la preghiera e meditazione personale ma, come disse Carlo Maria Martini “Intercedere non vuol dire semplicemente ‘pregare per qualcuno’, come spesso pensiamo. Letteralmente significa ‘fare un passo in mezzo’, fare un passo in modo da mettersi nel mezzo di una situazione. Intercessione vuol dire allora mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. Non si tratta quindi solo di articolare un bisogno davanti a Dio (Signore, dacci la pace!) stando al riparo. Si tratta di mettersi in mezzo”. Per questo motivo, soprattutto in questo tempo drammatico, è importante promuovere un pellegrinaggio in Terra Santa; mentre spirano venti cupi di guerra è necessario non arrendersi alla violenza del terrorismo e del conflitto. Tutte le informazioni dettagliate nel piano di viaggio riportato. Per informazioni e prenotazioni – entro il 31 Gennaio: https://geaway.it/prodotto/israele-18-21-marzo-2024 oppure chiamando il 039/6894440

UN PELLEGRINAGGIO DI PREGHIERA IN TERRA SANTA Leggi tutto »

Una goccia nel mare – Concerto di Natale in Ambrosianeum

Il tradizionale concerto natalizio organizzato da alcuni anni da Noifuturoprossimo con la partecipazione di CoopIndialogo, Azione Cattolica ambrosiana e FAAP ha avuto quest’anno una nuova cornice. Si è infatti svolto presso la Fondazione Ambrosianeum che ha contribuito oltre ad ospitare e promuovere l’evento, anche con i canti eseguiti dal coro Modus Novi Ensamble che ha guidato i presenti in una elevazione musicale legata al tempo di Natale. Come negli scorsi anni l’incontro è stata anche l’occasione per sensibilizzare i partecipanti alle necessità di una comunità di suore francescane che vivono a Betlemme presso le quali ogni anno in estate vengono ospitati gruppi che vogliono trascorrere qualche giorno in Terra Santa per incontrare i cristiani che lì ancora vivono. Il difficile momento che questa comunità sta vivendo, date le gravi condizioni legate al conflitto in atto in tutta la Cisgiordania e in particolare a Gaza, troverà un sostegno (una goccia nel mare) grazie ai generosi contributi raccolti (1900 €) e già inviati alla superiora del convento suor Luisa Zaitoun  Grazie a quanti hanno a cuore i cristiani che con difficoltà cercano di continuare a vivere in Terra Santa, con l’auspicio che il nuovo anno porti presto la vera PACE in quei luoghi come nel resto del mondo Gianluigi pizzi

Una goccia nel mare – Concerto di Natale in Ambrosianeum Leggi tutto »

PREMIO LAZZATI A MARCO GARZONIO

Marco Garzonio, nato a Milano il 3 Settembre 1939, ha ricevuto il Premio Lazzati elargito dalla Fondazione Ambrosianeum a illustri benefattori e artefici del bene comune, nella storica sede della Rotonda dei Pellegrini, accompagnato da una memorabile “laudatio” tenuta dal card. Gianfranco Ravasi (prefetto emerito Pontificio Consiglio Cultura), con gli interventi di Fabio Pizzul (presidente Ambrosianeum), e Guido Stella (famiglia Lazzati), alla presenza dell’Arcivescovo msg. Mario Delpini, che ha chiamato tutti i figli della Chiesa a impegnarsi per il bene comune. Sempre attuale la figura di Giuseppe Lazzati (1909 – 1986, educatore, padre costituente, amico del Pontefice Paolo VI, direttore, rettore) Lazzati ispira l’azione culturale oggi, intesa come “vocazione”, cioè risposta di amore all’amore, impegno etico e professionale a tessere relazioni per il bene comune. Ancora oggi lo ricordiamo con le parole bibliche, che descrivono l’azione pubblica a cui sono chiamati tutti i cittadini: custos quid de nocte? Sentinella quanto manca al mattino? Nella luce di questa memoria, carica di senso paterno e di sapienza cristiana, la laudatio di Ravasi, si svolge con una premessa, due tavole (potremmo dire: una soggettiva e una oggettiva) ciascuna con quattro elementi, e una conclusione. La premessa è tratta da Rainer Maria Rilke: “se un essere umano deve ringraziare un essere umano per qualcosa, questo deve rimanere un segreto tra i due”. La prima tavola riguarda: il primo incontro di Ravasi con Garzonio nel 1986, e un successivo incontro alla presentazione di un libro di Garzonio: “Gesù e le donne”. Secondo: una collaborazione di Garzonio con Ravasi Prefetto dell’Ambrosiana nel portare alla luce tanti beni artistici. Terzo: la pubblicazione di una miscellanea di contributi (fra i quali quello del presidente Giorgio Napolitano) per gli 80 anni di Ravasi, a cura di Garzonio, e qui si è vista la rete di relazioni da lui realizzata. Quarto: il suo rapporto con Carlo Maria Martini (Garzonio ne è l’esegeta supremo), pensando al film che ha realizzato con Ermanno Olmi: “Sono uno di voi”. Dunque, si può vedere la passione di Garzonio per l’uomo, e per le parole che aiutano gli uomini. C’è poi una seconda tavola, con altri quattro registri, quattro ruoli che contribuiscono a descrivere il profilo di Garzonio. Primo: l’uomo di fede (una fede ritrovata dopo un faticoso cammino insieme ai suoi maestri, Lazzati, Barbareschi, ecc.). Secondo: l’uomo che indaga l’animo con la psicanalisi, alla scuola di Jung, e pensiamo alle parole scritte all’ingresso della casa di Jung: “vocatus atque non vocatus Deus aderit”, che sia invocato o non invocato Dio verrà” (vi intravediamo il concetto di “grazia” paolina presente in Paolo apostolo delle genti, e di “grazia” petrina che dal proprio popolo si estende a tutti i popoli, con Gesù stesso “inviato alle pecore perdute della casa di Israele” (Matteo 15). Terzo: l’uomo giornalista e scrittore, conoscitore di figure come Ambrogio, Schuster, Martini, e tanti altri. Quarto: l’uomo milanese che ama Milano (quanti rapporti ha scritto su Milano, quanto amore per questa città). Concludo con una poesia di David Maria Turoldo, scritta poco prima di morire: “Fratello ateo, alla ricerca di un Dio che non so darti, attraversiamo insieme il deserto, andiamo oltre la foresta, liberi e nudi, verso il nudo Essere, là dove la Parola muore” (perché saremo nella visione). Grazie. La parola a Garzonio. Oggi è il giorno della riconoscenza. Riconoscenza per la vita e la mia generazione (la generazione venuta fuori dalla guerra, guerra che sapete cos’è, guerra oggi così tanto pornograficamente descritta). Riconoscenza per mia moglie Federica, i miei maestri, i miei amici. Dovrei toccare tanti altri punti. Ora vogliamo impegnarci nella ricostruzione, in uno spirito ricostituente di conciliazione. Penso al gruppo del viaggio in Terra Santa. Vi chiedo: stasera pensiamoci e preghiamo. Preghiamo per la pace, perché non ci sarà pace nel mondo, senza la pace in Terra santa. Alen Pandolfi – Medico di base – Studente Università Terza Età

PREMIO LAZZATI A MARCO GARZONIO Leggi tutto »

TESTORI: GIOVANI AFFAMATI DI CRISTO

Martedì 28 Novembre 2023, alla Fondazione Ambrosianeum si è svolta una conferenza di presentazione del volume “Giovani affamati di Cristo”, contenente due testi di Giovanni Testori rivolti ai giovani, pronunciati nel 1979, e pubblicati grazie al lavoro di Fabio Pizzul e Giuseppe Frangi, che scrivono le due introduzioni del volume. Queste parole di Testori vengono rivolte ai giovani di oggi – ha notato don Luca Bressan – con accenti che ricordano le lettere dell’apostolo Giovanni: “figlioli, scrivo a voi…”, per comunicare il messaggio antico e sempre nuovo dell’Incarnazione, cioè l’amore che riempie i cuori affamati. Come questo può avvenire, lo hanno ricordato gli interventi di Marco Garzonio, Alessandro Zaccuri, Marina Corradi, raccontando le loro esperienze. Marina Corradi ha conosciuto questo amore pacificante nelle Confessioni di Sant’Agostino, e lo ritrova nel dialogo fra due maestri, come Giussani e Testori, intitolato “il senso della nascita”. Alessandro Zaccuri ha notato che il punto di vista di Testori è quello dell’Incarnazione, che avviene anche oggi con noi, qui e ora. Marco Garzonio ha illuminato il rapporto fra Testori e Martini, molto diversi fra di loro, ma accomunati dall’essere maestri, cioè padri impegnati a comunicare l’amore ai cuori che ne sono affamati. Lo ha ricordato l’attuale Arcivescovo di Milano, Mario Delpini, rivolgendosi a diecimila ministri laici dell’Eucarestia: “voi stessi date loro da mangiare” (Sabato 18 Novembre 2023). Alen Pandolfi – Medico di famiglia – Studente Università Terza Età

TESTORI: GIOVANI AFFAMATI DI CRISTO Leggi tutto »

Ambrosianeum, 75 anni di cultura per Milano

Nata nella stagione della ricostruzione post-bellica e “coetanea” della Costituzione repubblicana, la Fondazione rilancia la sua missione di essere luogo di pensiero libero e di stimolo al dialogo e al confronto La storia è nota. L’8 gennaio 1948, da un’idea del cardinale Schuster, sorretto e sostenuto da due campioni del civismo milanese (Enrico Falck e Giuseppe Lazzati), nacque la Fondazione Culturale Ambrosianeum. Certo, allora si doveva innanzitutto ricostruire le case dei milanesi, crollate sotto le bombe. Ma anche rivitalizzare lo spirito dei cittadini, a lungo sopito dal conformismo e dalle privazioni del ventennio fascista, oltre che depresso dal quinquennio della guerra. Lo pensava anche il sindaco Greppi che, insieme alle case, si adoperava per ricostruire il Teatro alla Scala. Sempre nel 1948, ma il primo giorno dell’anno, entrò in vigore la Costituzione Italiana. Anche in questo caso, la storia è nota. Dopo 18 mesi di intenso lavoro, confronto costruttivo e alta mediazione, l’Assemblea costituente (un «crogiolo ardente», per dirla con Dossetti) partorì un testo che doveva saper guardare lontano. Pure qui si doveva ricostruire. Non solo il sistema istituzionale, appena passato con il referendum del 2 giugno 1946 dalla monarchia alla repubblica, ma anche – le cose vanno di pari passo – i diritti negati, le libertà represse, l’uguaglianza calpestata. Così, non sorprende se nella serata della ricorrenza del settantacinquesimo anno di Ambrosianeum, lo scorso 25 ottobre, si sia parlato della nostra Costituzione. Quella attuata, e, soprattutto quella da attuare. In fondo le cose vanno di pari passo: non ci potrebbe essere Ambrosianeum – realtà di approfondimento, dibattito, confronto, promozione di cultura, arte, civismo, solidarietà -, se non ci fosse una Costituzione democratica come la nostra. E forse non ci potrebbe essere Ambrosianeum in una realtà diversa da quella milanese: città densa, civica, con una governance pluralista (non solo trainata dalla politica), dove i diversi attori (pubblico, grandi corporation, professionisti, terzo settore) dialogano cercando di mettere a frutto opportunità e condividere saperi. Il legame con la città Ambrosianeum – a partire dal nome – ha un rapporto stretto con la città. Per trent’anni a cominciare dal 1990, con il supporto dell’editore Franco Angeli, ha addirittura pubblicato un Rapporto annuale dedicato a Milano, cercando di scavare tra i desideri, i problemi, le incertezze dei milanesi. Mettendo in luce i trend, anticipando le difficoltà e, in definitiva, ergendosi come un autorevole punto di vista critico, ma sempre costruttivo, dell’operato dell’amministrazione cittadina. Settantacinque anni di pensiero libero, che costituiscono un bagaglio culturale importante per proiettarsi nel domani. Come farlo? Già, perché si potrebbe provocatoriamente obiettare che un luogo fisico – seppur prestigioso – nel centro di Milano per fare cultura, oggi non è necessario. In fondo è solo un puntino nella galassia della società dell’informazione che, grazie alla tecnologia, ha esponenzialmente aumentato sia il flusso informativo che ciascuno di noi riceve (anche stando seduto sul proprio divano), sia la velocità con cui, prima, valorizziamo le informazioni e, poi, le releghiamo al dimenticatoio. Farsi domande Al contrario, la nostra società – e, così, la nostra città – è carente di luoghi dove fermarsi, approfondire, pensare. In modo libero, non necessariamente legato alla stringente attualità. Luoghi dove è possibile astrarsi dal quotidiano, farsi domande di senso, anche spirituali. Dove, per dirla meglio, accogliere pensieri, idee, talenti. Nel 1979 Walter Tobagi sul Corriere della Sera, a proposito del ruolo dei giornalisti, si domandava provocatoriamente: «Si fa cultura, o bivacco culturale?». Vi era la consapevolezza che i giornalisti devono difendersi dagli inganni e provare a dare maggiori strumenti per far capire chi sono gli italiani. Oggi quegli inganni li chiameremmo fake news, in cui ci imbattiamo, tutti, quotidianamente. Ecco, allora, il valore di avere spazi di approfondimento, di confronto, di elaborazione. Servono per capire il presente e, soprattutto, provare a guarire un poco da un altro dei mali di oggi: il presentismo. Visione a breve, assenza di memoria, incapacità di progettare, mancanza di prospettiva, schiacciamento sul qui e ora, pochissima spiritualità. Qui parte la sfida di Ambrosianeum e delle realtà che promuovono cultura in generale. Ne abbiamo ancora bisogno. Ed è meglio farlo guardandosi negli occhi e stringendosi la mano. Martino LIVA

Ambrosianeum, 75 anni di cultura per Milano Leggi tutto »

Regionalismo differenziato: troppa distrazione

Il regionalismo differenziato continua il suo cammino in Parlamento nella distrazione più totale dell’opinione pubblica, eppure potrebbe cambiare il volto del nostro Stato. Se ne è parlato sabato mattina in Fondazione Ambrosianeum con due docenti dell’Università Cattolica e il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana. La professoressa Floriana Cerniglia ha espresso molti dubbi riguardo l’utilità di quello che potrebbe diventare un vero spezzatino di politiche pubbliche che metterebbe a rischio la già fragile capacità di innovazione e sviluppo dell’Italia. Le ha fatto eco il professor Massimo Bordignon che, se da un lato non si è detto preoccupato dalla dimensione economica che difficilmente andrà a configurarsi come una “secessione dei ricchi”, dall’altro ha sottolineato il rischio che l’eccessiva differenziazione delle competenze crei confusione per cittadini e imprese. La frantumazione delle politiche, poi, più che favorire potrebbe mettere a rischio l’efficienza di alcune politiche e questo sarebbe davvero un problema per tutti.Il disegno di legge Calderoli, ormai al termine del cammino in commissione al Senato, potrebbe essere approvato in tempi brevi, e mette totalmente in capo a una trattativa tra i governi regionali e quello statale la possibilità di delegare alle diverse regioni 23 materie che corrispondono ad oltre 500 funzioni.C’è poi la questione dei cosiddetti LEP, i livelli essenziali delle prestazioni, che dovrebbero essere assicurati in modo uniforme in tutta Italia, ma con quali risorse? Le attuali grandi differenze nella qualità dell’erogazione dei servizi nei diversi territori avrebbe bisogno di maggiori risorse per poter essere sanata, ma quella del regionalismo differenziato è una riforma che dovrebbe avvenire senza che lo Stato spenda un euro in più. Difficile capire come questo possa avvenire e permane anche un dubbio: una volta definiti i LEP (e la commissione che aveva il compito di farlo ha praticamente concluso il suo lavoro individuandone 223) non è che lo Stato si senta deresponsabilizzato riguardo a quelli che saranno messi sotto la responsabilità delle regioni? E in questo caso, chi ne garantirà l’effettiva erogazione?Più domande che certezze, dunque, e molti dubbi sull’effettiva efficacia della nuova prospettiva istituzionale.E’ parso, al contrario, molto fiducioso e convinto della necessità del regionalismo differenziato il presidente Fontana che ha esplicitato come l’obiettivo si solo quello di offrire ai cittadini istituzioni più efficienti. Fontana ha detto che si tratta solo di applicare la Costituzione e che la questione della diminuzione del residuo fiscale, ovvero l’obiettivo di trattenere in Lombardia i soldi dei lombardi, è assolutamente secondaria rispetto all’efficientamento delle politiche pubbliche che potrebbe derivare da una maggiore responsabilità in capo alle regioni. Una novità rispetto a quanto sempre sostenuto dalla Lega, anche perché Fontana ha sottolineato la necessità di mantenere e, se necessario, anche aumentare la perequazione tra le regioni. Il presidente lombardo ha anche affermato di non essere intenzionato a chiedere la cessione di tutte le 23 materie possibili, a cominciare dall’istruzione, ma di preferire poche materie e relative funzioni che possano davvero consentire alla Lombardia di lavorare con maggiore efficienza, citando come esempio le bonifiche.Il regionalismo differenziato pare dunque marciare a tappe forzate, ma i dubbi su un possibile squilibrio tra regioni e su un’eccessiva frammentazione di politiche che difficilmente potrebbero essere gestite da singole regioni, da quelle energetiche a quelle infrastrutturali, rimangono molto forti.Non è stato possibile assistere al confronto tra il presidente Fontana e il vicepresidente del Consiglio regionale, Emilio Del Bono, per un imprevisto che ha tenuto lontano quest’ultimo dall’incontro, la sensazione che rimane al termine della mattinata è, però, che si stia discutendo troppo poco di una riforma che potrebbe intaccare in modo pesante l’organizzazione e gli equilibri delle nostre istituzioni. Fabio Pizzul

Regionalismo differenziato: troppa distrazione Leggi tutto »

75° Fondazione Ambrosianeum

Che cosa immaginavano 75 anni fa i padri costituenti nel momento in cui entrava in vigore la nostra Costituzione?Forse un’Italia capace di risollevarsi dal dramma della guerra, di superare una povertà diffusa, di aprirsi a relazioni internazionali all’insegna della pace e della cooperazione, di promuovere una partecipazione diffusa a una repubblica capace di non escludere nessuno. Immaginavano forse un’Italia unita nello sforzo di eliminare le tante differenze e diseguaglianze che il Paese uscito dalla guerra portava con sé. Che cosa immaginavano 75 anni fa i fondatori di Ambrosianeum quando davano vita a un sodalizio culturale di ispirazione cattolica nel cuore della città di Milano?Forse una Milano capace di ricucire le drammatiche divisioni causate dal ventennio fascista e dalla guerra che aveva duramente colpito la città. Forse una chiesa in grado di restituire un senso e un futuro alle tante famiglie distrutte dalle violenze del conflitto. Cosa possiamo dire oggi a 75 anni di distanza? Probabilmente che l’Italia ha per almeno tre decenni fatto passi da gigante, per poi ripiegarsi su se stessa, forse sazia di un benessere conquistato contro ogni pronostico e non trasformato in consapevolezza di avere la responsabilità di essere degni di chi ha lottato per costruire una democrazia che oggi diamo con troppo leggerezza per scontata.Forse possiamo anche dire che la cultura cattolica ha fornito un contributo decisivo alla città di Milano grazie alla concretezza di una fede incarcata e laboriosa che oggi, però vive la prova di un crescente individualismo che, come sottolinea anche l’Arcivescovo nella lettera pastorale di quest’anno, frantuma le relazioni e la comunità. Che cosa vogliamo fare, allora, oggi? Vogliamo fare memoria della Costituzione per ricordare a noi tutti che ci affida un compito che non è ancora concluso, quello di far sì che Tutti i cittadini pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Non fatto altro che riproporre l’articolo 3 della nostra Costituzione.Ed è da qui che vorremmo partire, provando a fidarci del nostro futuro, come ha scritto il presidente Mattarella nell’introduzione al libro di Ernesto Maria Ruffini, direttore dell’Agenzia delle Entrate, ma soprattutto, almeno per questa sera, autore di “Uguali per Costituzione – Storia di un’utopia incompiuta dal 1948 a oggi”, Feltrinelli.Da questa riflessione sull’uguaglianza siamo voluti partire per celebrare questo doppio settantacinquesimo. Fabio Pizzul Milano, 25 ottobre 2023

75° Fondazione Ambrosianeum Leggi tutto »