In occasione della “festa dei lavoratori” del Primo Maggio, pubblichiamo la traccia della relazione che la professoressa Rosangela Lodigiani dell’Università Cattolica e membro del Direttivo di Fondazione Ambrosianeum, ha proposto durante la Veglia del lavoro promossa dall’Arcidiocesi di Milano in collaborazione con le ACLI, l’Azione Cattolica Ambrosiana e la Compagnia delle Opere il 28 Aprile presso la sede regionale della ACLI in via Luini 5 a Milano, alla presenza dell’Arcivescovo di Milano monsignor Delpini.
“Il lavoro, un’alleanza sociale generatrice di speranza”
I paradossi del lavoro e il senso reclamato
Il mondo del lavoro oggi è segnato da molteplici paradossi, da forti contraddizioni.
- È in ripresa l’occupazione ma cresce anche il fenomeno del lavoro povero, di quanti pur lavorando non guadagnano a sufficienza per mantenere se stessi e la propria famiglia.
- Registra un calo la disoccupazione ma aumentano le persone che rinunciano a cercare un nuovo lavoro. E questo accade anche tra i più giovani, tra cui aumenta la distanza tra chi resta più a lungo lontano dal mondo del lavoro, perché continua gli studi, e chi resta indietro, sperimenta il ripiegamento, la disaffiliazione, e perfino l’esclusione.
- Le tecnologie e le nuove frontiere della robotica e dell’intelligenza artificiale aprono allo sviluppo di nuovi lavori e professioni ma la promessa di liberare dal “cattivo” lavoro è ben lontana dal realizzarsi e fenomeni di sfruttamento continuano a gravare sulle vite dei lavoratori e delle lavoratrici più deboli.
- E mentre la popolazione invecchia – e invecchia dunque anche la forza lavoro – il ricambio generazionale rischia di incepparsi. Le imprese manifestano in particolare difficoltà nell’attrare i giovani e ancor più nel trattenerli.
- Il fenomeno delle Grandi dimissioni – che grande eco mediatica ha avuto all’indomani della pandemia – non è però sintomo di una fuga dal lavoro tour court, né indica la perdita di valore del lavoro, come è stato da alcuni sbrigativamente detto nell’immediato, ma è una strategia agita – certo, per chi è nella condizione di farlo – per la ricerca di un lavoro migliore. Anzi, più precisamente: la strategia agita per la ricerca di una migliore “qualità della vita lavorativa”: il che vuol dire più qualità del lavoro in sé (sotto tanti profili: retribuzione, sicurezza, crescita professionale, valorizzazione del contributo di ciascuno), ma vuol dire anche bisogno di ricomporre il lavoro con le altre sfere di realizzazione personale (famiglia, tempo libero, impegno civile…), con il senso attribuito alla propria esperienza di vita, i propri valori ultimi, poiché la persona è un’unità inscindibile, come tale – ci ricordano in questo modo i giovani – va considerata.
“Lavorando noi diventiamo più persona, la nostra umanità fiorisce”, ha detto in più occasioni papa Francesco, ribadendo la centralità del lavoro per lo sviluppo umano integrale, secondo una visione che innerva tutta la dottrina sociale della chiesa. A partire da questa espressione, potremmo dire: la persona “viene prima”, e per prima – in quanto tale – conferisce dignità al lavoro, qualunque lavoro. Ciò, poiché la persona non si risolve nel lavoro, non è definita totalmente dal lavoro. In quel «più» è a mio avviso racchiuso il segno dell’eccedenza dell’essere umano rispetto al lavoro. Ce lo insegna chi dal lavoro è escluso. E ce lo insegnano oggi i giovani quando chiedono che il lavoro concorra a sviluppare relazioni di senso, quando di essere sostenuti nei propri progetti di vita, nelle proprie aspirazioni.
Il lavoro come legame e come responsabilità dentro la storia
Le dichiarazioni di principio non bastano. La dignità della persona, come del lavoro, la dignità della persona al lavoro va tutelata nel suo farsi storico, cioè nel modo in cui il lavoro diviene esperienza concreta nella vita delle persone e della società; un farsi storico segnato, lo abbiamo detto, da criticità, contraddizioni, ambivalenze con cui siamo chiamati a fare i conti, rispetto a cui prendere posizione.
Questa consapevolezza è ben espressa nello stesso magistero sociale della Chiesa dove il riferimento alle condizioni dei lavoratori è sempre presente. Basti pensare alla rilevanza che il tema del “lavoro decente e dignitoso” ha acquisito nel tempo, specie a partire dal Giubileo dei lavoratori del 2000 quando Giovanni Paolo II lanciò su questo tema un appello per una coalizione mondiale assieme all’Organizzazione internazionale del lavoro.
È interessante rileggere la definizione di lavoro decente e dignitoso ripresa da Benedetto XVI nella Caritas In Veritate. Ricordiamone alcuni aspetti essenziali: è decente e dignitoso un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna. Un lavoro liberamente scelto, non soggetto a costrizioni, sfruttamento e qualsivoglia discriminazione, capace di assicurare un reddito adeguato lungo il corso della vita, che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare; che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale, che associ efficacemente i lavoratori allo sviluppo della loro comunità.
Questa definizione è particolarmente efficace, a mio avviso, perché ci ricorda che, se il lavoro è ciò che continua a dare senso alla nostra vita, ad assicurare condizioni di una vita dignitosa per noi e le nostre famiglie, è anche ciò che produce quei “legamenti”, quelle connessioni e interdipendenze che generano la coesione sociale, che operano per il bene comune.
E tuttavia, dentro i paradossi prima accennati vedo oggi nascondersi un rischio: il rischio di perdere di vista il senso lavoro come un legame sociale che concorre alla costruzione della società. Ma del lavoro come legame sociale non possiamo fare a meno. Sono le illusioni dell’individualizzazione a fare credere che ciò sia possibile. Anche tra i giovani.
La società, infatti, nasce come convivenza organizzata e solidale dalla dimensione costitutivamente relazionale della persona: la persona è incapace di rispondere da sola ai propri bisogni materiali, simbolici, incluso quelli identitari. Pensiamo a quanto il lavoro concorra a costruire la nostra identità sociale. Si coglie qui la radice antropologica del lavoro, che si inscrive nella condizione dell’essere umano, una condizione di finitezza e di apertura insieme: l’essere umano ha dei bisogni a cui dare risposta e vi risponde con, per e grazie ad altri. In estrema sintesi possiamo dire che il lavoro è una azione trasformativa capace di rispondere a dei bisogni dell’uomo; una interazione col mondo e con l’altro da sé, immersa in altre relazioni; è una relazione sociale essa stessa. Di questo legame, di questa relazione abbiamo oggi bisogno di prenderci cura, tanto quanto della qualità del lavoro.
Le alleanze possibili tra processi di avviare, responsabilità da assumere, segni da cogliere
Penso che oggi serva soprattutto generare una discontinuità, un modo diverso di pensare e quindi di praticare il lavoro per una nuova cultura del lavoro, e un rinnovato impegno sociale verso il lavoro. Vedo tre possibili vie.
1. Un’ alleanza educativa per rilanciare i processi di socializzazione lavorativa, ripartendo dalla dimensione di scambio, di patto, di alleanza tra le generazioni; processi entro cui trasmettere e negoziare, co-costruire anzitutto valori condivisi riferiti al lavoro, al suo senso, al suo valore per le biografie personali, i contesti organizzativi, la società nel suo complesso; processi entro cui riscoprire la dimensione vocazionale del lavoro come forma compimento, fioritura della persona, contribuzione al bene comune. Processi che rimettano al centro la loro dimensione educativa, di senso, e non solo la loro funzionalità rispetto all’assunzione di ruoli sociali, di ruoli lavorativi, come invece l’enfasi posta sul tema delle transizioni (al lavoro, alla vita adulta) sembra suggerire.
Sistemi formativi ai vari livelli, famiglie, imprese ma persino le politiche pubbliche (pensiamo a politiche come Garanzia Giovani o a Gol – Garanzia Occupabilità dei lavoratori) e i servizi per l’impiego sono luoghi di socializzazione.
Questi contesti di quale lavoro parlano? Quale idea di lavoro trasmettono? Quale spazio offrono per l’ascolto della voce dei giovani, delle persone più fragili, del senso che essi attribuiscono all’esperienza lavorativa in rapporto al proprio complessivo progetto di vita?
Sono questi i luoghi i cui si apprende che il lavoro è per sé e per gli altri, è solidarietà, è relazione di reciproco riconoscimento. Noi come docenti, noi come genitori, noi come lavoratori, come parliamo del e pratichiamo il lavoro? Ripartiamo da qui, da una alleanza educativa.
2. Una “coalizione locale”, qui e ora, per la “cura del lavoro”. Dare forma, collettivamente a una coalizione per il lavoro a Milano, in Lombardia, nei diversi contesti territoriali: istituzioni, parti sociali (rappresentanti di datori di lavoro e lavoratori), associazioni di varia natura, enti di terzo settore, realtà ecclesiali, società civile, ciascuno con la propria specificità, ma insieme, prendano impegno per difendere e promuovere il lavoro, riconoscendo – lo abbiamo detto – che questo significa difendere e promuovere anche la tenuta della società.
Nel 2022 il comune di Milano ha lanciato il Patto per il lavoro, un passo importante che dice che il lavoro è un bene comune della città, della collettività. Ma bisogna andare avanti, aggiungere altri passi concreti, promuovendo interventi e servizi che vadano nella direzione della tutela del lavoro e del contrasto alla precarizzazione, ma anche nella direzione di scelte tangibili che, per esempio, introducano incentivi alle imprese che assicurano impieghi di qualità, imprese “responsabili socialmente” che fanno della sostenibilità integrale il loro punto di forza, che promuovono nuovi modi di gestione delle persone al lavoro, valorizzandole nella loro individualità e unicità, accogliendone la ricerca di senso, il bisogno di partecipazione. Vedo qui un ruolo importane dell’associazionismo nel fare rete tra imprese che si riconoscono in questi valori per far conoscere che è possibile – perché lo è – fare impresa avendo al centro lo sviluppo integrale delle persone e la cura del lavoro come legame.
Dare forma, collettivamente a una “coalizione locale” per il lavoro, inoltre,per coltivare una cultura del lavoro che valorizzi il lavoro in tutte le sue forme, non solo in funzione della produttività economica, ma come contribuzione al bene comune e per questo studia nuove forme di redistribuzione del valore aggiunto prodotto grazie all’automazione, alla digitalizzazione e ai progressi dell’IA, a sostegno lavoro, dei salari, in specie a sostegno del lavoro di cura nelle sue diverse declinazioni, tanto prezioso quanto troppo spesso sottopagato.
Se c’è una cosa che abbiamo imparato con la pandemia è che ci sono lavori a bassa produttività economica ma a elevata “produttività sociale”, fondamentali per “stare vicino” alle persone, rispondere ai loro bisogni, contribuire alle funzioni di riproduzione e coesione sociale, che richiedono di essere meglio riconosciuti, valorizzati e retribuiti.
3. Un’alleanza di pratiche quotidiane che costruiscono cultura partendo dai nostri contesti di lavoro e di vita. Possiamo tutti, lavoratori e lavoratrici, cittadini e cittadine fare la nostra parte.
Come lavoratori e lavoratrici abbiamo anzitutto la responsabilità di rendere visibile agli altri il senso che attribuiamo al nostro lavoro, attraverso il modo in cui lavoriamo, ci relazioniamo, contribuiamo dentro le imprese e le organizzazioni, con coraggio, anche con pratiche di resistenza – se e per quanto possibile – rispetto a richieste che vanno in direzione contraria. Per dare voce a un’idea diversa del lavoro, che non lo riduca a semplice mezzo, strumento di produzione e remunerazione, ma via di umanizzazione dei luoghi di lavoro. Siamo capaci di farlo? Di portare queste istanze al lavoro? Di cogliere gli spazi della partecipazione per farlo?
Come cittadini, siamo talvolta direttamente datori di lavoro, nelle nostre famiglie, nelle nostre case, ma come consumatori di beni, come fruitori di servizi incidiamo indirettamente sul lavoro di tanti altri lavoratori. Anche qui si agisce la nostra responsabilità: come datori di lavoro responsabili e giusti, che contrattualizzano le persone assunte per collaborare alle funzioni domestiche e di cura; come fruitori di servizi, impegnandoci a scegliere realtà che assicurano la qualità del lavoro dei propri operatori; come consumatori responsabili attenti alla certificazione di qualità dei prodotti e delle filiere produttive. Penso qui al ruolo importante delle associazioni dei consumatori non solo in chiave difensiva, ma proattiva: informativa e formativa.
È questo il tempo delle ricuciture, per valorizzare la dimensione associativa, le alleanze sociali, le forme di rappresentanza collettiva, perché è insieme, anche attraverso pratiche quotidiane che fanno cultura che possiamo riscoprire quanto il lavoro sia in sé – in quanto legame sociale fondamentale – il segno di un’alleanza generativa di cui tutti possiamo, dobbiamo avere cura.
Rosangela Lodigiani, Centro di ricerca WWELL, Università Cattolica del Sacro Cuore.
Milano, 28 aprile 2025

