RICOSTRUIRE L’ISTRUZIONE TECNICA

Da tempo le nostre aziende industriali lamentano la mancanza di tecnici. Il disallineamento tra la domanda di professioni tecniche e l’offerta supera ormai le 100.000 unità all’anno, una cifra preoccupante che si prevede anche per i prossimi 5 anni con possibili peggioramenti. La percentuale media di insoddisfazione nel reperire personale qualificato da inserire nei propri organici ha raggiunto il 50% e il costo che ne consegue, un disvalore che ricade sulle imprese per le difficoltà di recruiting, è stato stimato in 38 miliardi di euro. Gli effetti negativi sulle aziende sono di vario genere, con il rischio di riposizionare alcuni settori industriali su attività a medio-basso valore aggiunto e a scarso contenuto di innovazione. La mancanza di tecnici causa difficoltà e impossibilità ad acquisire maggiori ordini e nuove commesse, per cui ne deriva non solo una mancata crescita ma il rischio di diminuzione delle vendite, con perdita di competitività. Nello stesso tempo si osserva una diminuzione della produttività e quindi un incremento del costo del lavoro per unità di prodotto, e di conseguenza difficoltà nel fare innovazione, sviluppare nuovi prodotti e nuovi mercati, e tanto altro ancora. Tutto questo comporta un danno economico stimabile in alcuni punti di PIL, con ricadute immediate sul nostro welfare, sia per la parte assistenziale che sul sistema previdenziale, che essendo a ripartizione, avrebbe invece bisogno non solo di un incremento continuo di lavoratori non precari, ma soprattutto di lavoratori con medie e alte conoscenze. Al Paese serve indiscutibilmente l’industria, e in un mondo dove il manufacturing avanzato è il pilastro di tutte le economie evolute, va preservata la nostra manifattura che ancora resiste e continua ad occupare la seconda posizione in Europa dopo la Germania. Ma non sarà così senza un’istruzione tecnica allineata all’avanzamento tecnologico dei nostri tempi. Non è più sufficiente rincorrere il tempo, ma abbiamo l’urgenza di anticipare i tempi. Per dirla con un aforista famoso, “il tempo che ammazzo mi sta ammazzando”. È la ragione per cui sollecitare l’”ultima chiamata” per una policy al fine di mantenere la seconda posizione manifatturiera in Europa. L’istruzione tecnica, che in un lontano passato ha formato la classe dirigente che ha fatto grande il Paese, può diventare di nuovo un’immediata leva strategica per generare crescita economica sostenibile per le nostre imprese, crescita occupazionale non precaria per professioni con media e alta conoscenza, uno strumento infine di regolazione e modulazione dell’emigrazione economica per aprire nuove opportunità di sviluppo al nostro Paese. Le professioni tecniche dell’area industriale e dei servizi associati saranno le professioni chiave per crescere con successo.
Occorre però uscire da un immaginario consolidato, esito di un cattivo orientamento scolastico e professionale, dove i mestieri tecnici sono stati considerati per lungo tempo
professioni di serie B, originate da percorsi scolastici considerati anch’essi di serie B. L’istruzione tecnica, in una economia evoluta, deve essere la punta di diamante del sistema
scolastico del Paese e deve potersi confrontare con i maggiori sistemi di istruzione tecnica al mondo. La nostra istruzione tecnica ha bisogno di un processo di reengineering per tornare ad essere di nuovo al servizio del Paese. Perché questo si realizzi occorre un progetto ambizioso che superi l’annosa non consapevolezza del problema e allo stesso tempo coinvolga responsabilmente tutte le parti in gioco, operando oltre gli orizzonti e le certezze dentro cui ci si è mossi finora Il testo si rivolge al corpo intero della società. Alla dirigenza politica, al mondo dell’economia e delle imprese, al mondo del lavoro, al corpo docente e al mondo della scuola e soprattutto alle famiglie e agli studenti accompagnandoli
nel loro percorso di scelta. Lo fa con un approccio originale, seguendo un percorso trasversale denominato delle tre E, che sono le iniziali di Economy, per partire dalla conoscenza del settore economico industriale, di Employability per riflettere sulle professioni tecniche di quest’area economica e infine “atterrare” nell’area dell’Education, intendendo la Technical Education ossia l’istruzione tecnica nella sua accezione più ampia e più avanzata. Il libro è suddiviso in tre parti. La parte prima per conoscere e familiarizzare con l’istruzione tecnica; la parte seconda per approfondire alcuni argomenti che impattano significativamente sull’istruzione tecnica; la parte terza per offrire punti di partenza per rivisitare l’istruzione tecnica. Gli argomenti proposti accompagnano il lettore nella comprensione metodologica del sistema economico “servito” dall’istruzione tecnica, con una facile rappresentazione e modellizzazione della realtà delle aziende e delle professioni che vi operano, in modo che sia comprensibile e utilizzabile dal mondo della scuola. Naturalmente, le unità di osservazione e di studio per la scuola, nel settore economico industriale, non saranno più le sole aziende, ma il sistema allargato della loro supply chain, intendendo la catena che comprende oltre le aziende i loro clienti e i clienti di quest’ultimi, come i fornitori e i fornitori di costoro. In questa sistemica rappresentazione, il testo aiuta a identificare, comprendere e definire i profili delle professioni che afferiscono all’istruzione tecnica, smontando lo stereotipo che le ha per lungo tempo rappresentate come mestieri a bassa attrattività. Per formare delle buone professioni tecniche occorre una offerta di istruzione tecnica di alto livello, integrata anche con percorsi scolastici extracurricolari on demand, che sia attrattiva non solo per gli studenti e loro famiglie, ma anche per tutti gli altri stakeholder, e finalmente poter raddoppiare in tempi brevi il numero degli iscritti all’istruzione tecnica secondaria e terziaria del settore industriale, non sottovalutando in parallelo il calo demografico che sarà una delle condizioni aggravanti del prossimo futuro. Il libro aiuta a guardare con interesse in casa della Germania, locomotore dell’economia industriale europea, con le sue aziende strettamente interconnesse con le imprese e l’economia italiana, per anticipare e presidiare nuovi scenari di competizione che saranno imposti dalle sempre più imprevedibili sfide dell’economia globale, anche per rafforzare il ruolo manifatturiero del continente europeo.

Valerio Ricciardelli

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