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Guardiamo a Gaza con sconforto e chiediamo, con papa Leone XIV, che si intervenga per porre fine all’emergenza umanitaria

Milano, 12 maggio 2025 Assistiamo attoniti e sconfortati a quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza, dove centinaia di migliaia di persone sono ammassate in condizioni miserevoli, senza adeguati aiuti alimentari e con l’incubo di continui attacchi militari dal cielo. Il nostro sgomento non fa che crescere di fronte alle affermazioni del premier israeliano Netanyahu, che ha parlato esplicitamente di spostamenti forzati dell’intera popolazione in piccole porzioni del territorio, con l’idea che molti scelgano poi di abbandonare definitivamente il territorio di Gaza, andando ad ingrossare le fila dei profughi sparsi in altre zone del Medio Oriente. Il rispetto dei diritti umani più elementari delle persone è previsto in tutti i trattati internazionali ed è sancito anche nel diritto che regola le guerre. A Gaza ci pare che si sia andati oltre ogni limite e la condizione della popolazione non può lasciarci indifferenti. Le ragioni del contrasto alla violenza terroristica e della difesa e della messa in sicurezza del proprio territorio non possono calpestare il diritto alla vita e a una vita degna di centinaia di migliaia di persone, per lo più donne e bambini. Ci uniamo alle suppliche che papa Francesco ha elevato fino all’ultimo giorno della sua vita terrena perché cessi questa folle guerra e rilanciamo le parole di papa Leone XIV, appena eletto, che ha invocato “una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante” e ieri in piazza San Pietro ha gridato “mai più la guerra”, aggiungendo: “mi addolora profondamente quanto accade nella Striscia di Gaza. Cessi immediatamente il fuoco! Si presti soccorso umanitario alla stremata popolazione civile e siano liberati tutti gli ostaggi”. Chiediamo che le istituzioni internazionali, a partire dall’Unione Europea, si muovano per fermare l’emergenza umanitaria che a Gaza diventa ogni giorno più pesante. Preghiamo perché la pace si faccia strada e tacciano le armi in Medio Oriente e nei tanti altri teatri di guerra e perché il popolo israeliano e palestinese possano vivere in pace in una terra che è sacra per le grandi religioni monoteiste. Presidenza dell’Azione Cattolica Ambrosiana Presidenza delle ACLI Milano, Monza e Brianza Fondazione Culturale Ambrosianeum Milano, 12 maggio 2025

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Veglia del Lavoro – In occasione del Primo Maggio

In occasione della “festa dei lavoratori” del Primo Maggio, pubblichiamo la traccia della relazione che la professoressa Rosangela Lodigiani dell’Università Cattolica e membro del Direttivo di Fondazione Ambrosianeum, ha proposto durante la Veglia del lavoro promossa dall’Arcidiocesi di Milano in collaborazione con le ACLI, l’Azione Cattolica Ambrosiana e la Compagnia delle Opere il 28 Aprile presso la sede regionale della ACLI in via Luini 5 a Milano, alla presenza dell’Arcivescovo di Milano monsignor Delpini. “Il lavoro, un’alleanza sociale generatrice di speranza” I paradossi del lavoro e il senso reclamato Il mondo del lavoro oggi è segnato da molteplici paradossi, da forti contraddizioni. “Lavorando noi diventiamo più persona, la nostra umanità fiorisce”, ha detto in più occasioni papa Francesco, ribadendo la centralità del lavoro per lo sviluppo umano integrale, secondo una visione che innerva tutta la dottrina sociale della chiesa. A partire da questa espressione, potremmo dire: la persona “viene prima”, e per prima – in quanto tale – conferisce dignità al lavoro, qualunque lavoro. Ciò, poiché la persona non si risolve nel lavoro, non è definita totalmente dal lavoro. In quel «più» è a mio avviso racchiuso il segno dell’eccedenza dell’essere umano rispetto al lavoro. Ce lo insegna chi dal lavoro è escluso.  E ce lo insegnano oggi i giovani quando chiedono che il lavoro concorra a sviluppare relazioni di senso, quando di essere sostenuti nei propri progetti di vita, nelle proprie aspirazioni. Il lavoro come legame e come responsabilità dentro la storia Le dichiarazioni di principio non bastano. La dignità della persona, come del lavoro, la dignità della persona al lavoro va tutelata nel suo farsi storico, cioè nel modo in cui il lavoro diviene esperienza concreta nella vita delle persone e della società; un farsi storico segnato, lo abbiamo detto, da criticità, contraddizioni, ambivalenze con cui siamo chiamati a fare i conti, rispetto a cui prendere posizione. Questa consapevolezza è ben espressa nello stesso magistero sociale della Chiesa dove il riferimento alle condizioni dei lavoratori è sempre presente. Basti pensare alla rilevanza che il tema del “lavoro decente e dignitoso” ha acquisito nel tempo, specie a partire dal Giubileo dei lavoratori del 2000 quando Giovanni Paolo II lanciò su questo tema un appello per una coalizione mondiale assieme all’Organizzazione internazionale del lavoro. È interessante rileggere la definizione di lavoro decente e dignitoso ripresa da Benedetto XVI nella Caritas In Veritate. Ricordiamone alcuni aspetti essenziali: è decente e dignitoso un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna. Un lavoro liberamente scelto, non soggetto a costrizioni, sfruttamento e qualsivoglia discriminazione, capace di assicurare un reddito adeguato lungo il corso della vita, che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare; che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale, che associ efficacemente i lavoratori allo sviluppo della loro comunità. Questa definizione è particolarmente efficace, a mio avviso, perché ci ricorda che, se il lavoro è ciò che continua a dare senso alla nostra vita, ad assicurare condizioni di una vita dignitosa per noi e le nostre famiglie, è anche ciò che produce quei “legamenti”, quelle connessioni e interdipendenze che generano la coesione sociale, che operano per il bene comune. E tuttavia, dentro i paradossi prima accennati vedo oggi nascondersi un rischio: il rischio di perdere di vista il senso lavoro come un legame sociale che concorre alla costruzione della società. Ma del lavoro come legame sociale non possiamo fare a meno. Sono le illusioni dell’individualizzazione a fare credere che ciò sia possibile. Anche tra i giovani. La società, infatti, nasce come convivenza organizzata e solidale dalla dimensione costitutivamente relazionale della persona: la persona è incapace di rispondere da sola ai propri bisogni materiali, simbolici, incluso quelli identitari. Pensiamo a quanto il lavoro concorra a costruire la nostra identità sociale. Si coglie qui la radice antropologica del lavoro, che si inscrive nella condizione dell’essere umano, una condizione di finitezza e di apertura insieme: l’essere umano ha dei bisogni a cui dare risposta e vi risponde con, per e grazie ad altri. In estrema sintesi possiamo dire che il lavoro è una azione trasformativa capace di rispondere a dei bisogni dell’uomo; una interazione col mondo e con l’altro da sé, immersa in altre relazioni; è una relazione sociale essa stessa. Di questo legame, di questa relazione abbiamo oggi bisogno di prenderci cura, tanto quanto della qualità del lavoro. Le alleanze possibili tra processi di avviare, responsabilità da assumere, segni da cogliere Penso che oggi serva soprattutto generare una discontinuità, un modo diverso di pensare e quindi di praticare il lavoro per una nuova cultura del lavoro, e un rinnovato impegno sociale verso il lavoro. Vedo tre possibili vie. 1. Un’ alleanza educativa per rilanciare i processi di socializzazione lavorativa, ripartendo dalla dimensione di scambio, di patto, di alleanza tra le generazioni; processi entro cui trasmettere e negoziare, co-costruire anzitutto valori condivisi riferiti al lavoro, al suo senso, al suo valore per le biografie personali, i contesti organizzativi, la società nel suo complesso; processi entro cui riscoprire la dimensione vocazionale del lavoro come forma compimento, fioritura della persona, contribuzione al bene comune. Processi che rimettano al centro la loro dimensione educativa, di senso, e non solo la loro funzionalità rispetto all’assunzione di ruoli sociali, di ruoli lavorativi, come invece l’enfasi posta sul tema delle transizioni (al lavoro, alla vita adulta) sembra suggerire. Sistemi formativi ai vari livelli, famiglie, imprese ma persino le politiche pubbliche (pensiamo a politiche come Garanzia Giovani o a Gol – Garanzia Occupabilità dei lavoratori) e i servizi per l’impiego sono luoghi di socializzazione. Questi contesti di quale lavoro parlano? Quale idea di lavoro trasmettono? Quale spazio offrono per l’ascolto della voce dei giovani, delle persone più fragili, del senso che essi attribuiscono all’esperienza lavorativa in rapporto al proprio complessivo progetto di vita? Sono questi

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Il messaggio del nostro Presidente per la morte di Papa Francesco

Ci uniamo come Fondazione Culturale Ambrosianeum al dolore per la scomparsa di Papa Francesco. Il suo magistero e la sua testimonianza ci hanno consegnato un nuovo modo di intendere la cultura come autentica espressione dell’umanità in tutte le sue manifestazioni, a partire da quelle più fragili e periferiche.Per una realtà come la nostra, profondamente radicata in una città come Milano, il magistero di Papa Francesco ha rappresentato uno stimolo continuo a interpretare e vivere la città come paradigma delle contraddizioni e delle ricchezze del mondo contemporaneo. Leggiamo, solo per fare un esempio, in “Evangelii Gaudium”: “È necessario arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle città. Non bisogna dimenticare che la città è un ambito multiculturale. Nelle grandi città si può osservare un tessuto connettivo in cui gruppi di persone condividono le medesime modalità di sognare la vita e immaginari simili e si costituiscono in nuovi settori umani, in territori culturali, in città invisibili. Svariate forme culturali convivono di fatto, ma esercitano molte volte pratiche di segregazione e di violenza. La Chiesa è chiamata a porsi al servizio di un dialogo difficile. D’altra parte, vi sono cittadini che ottengono i mezzi adeguati per lo sviluppo della vita personale e familiare, però sono moltissimi i “non cittadini”, i “cittadini a metà” o gli “avanzi urbani”. La città produce una sorta di permanente ambivalenza, perché, mentre offre ai suoi cittadini infinite possibilità, appaiono anche numerose difficoltà per il pieno sviluppo della vita di molti. Questa contraddizione provoca sofferenze laceranti. In molte parti del mondo, le città sono scenari di proteste di massa dove migliaia di abitanti reclamano libertà, partecipazione, giustizia e varie rivendicazioni che, se non vengono adeguatamente interpretate, non si potranno mettere a tacere con la forza”. (Evangelii Gaudium, 74) Fondazione Culturale Ambrosianeum, in molte occasioni negli ultimi anni, ha tratto spunto dalle indicazioni profetiche di Papa Francesco, a partire dall’ecologia integrale, per sviluppare riflessioni sulla città e le sue molteplici manifestazioni. Affidiamo Papa Francesco alla misericordia di Dio e ci disponiamo a tenere viva la sua eredità. Fabio PizzulPresidente Fondazione Culturale Ambrosianeum

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Il video integrale della presentazione del libro “Salviamo la cosa pubblica. L’anima smarrita delle nostre istituzioni”

Presentazione del libro “Salviamo la cosa pubblica – L’anima smarrita delle nostre istituzioni” di Paolo Gomarasca e Francesco Stoppa, edizioni Vita e pensiero. Incontro in Fondazione Ambrosianeum tenutosi Venerdì 7 Marzo alle ore 18.30 con l’autore Paolo Gomarasca, docente dell’Università Cattolica, ed Elena Granata, docente del Politecnico. Modera Fabio Pizzul, Presidente di Fondazione Ambrosianeum.

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AMBROGIO. UNA LUCE DA MILANO

Agostino racconta Ambrogio: spettacolo in prima assoluta nel cuore di Milano Adriano Bassi e Simone Tansini – Parole e Musica Quando la parola stampata si separa dalla carta per diventare racconto teatrale, musicale, vivo e pulsante, la più grande sfida, per chi si carica di questa responsabilità, è quella di riuscire a mantenere il più possibile integra l’anima del testo originario. La vita di Ambrogio narrata da Agostino, di Marco Garzonio, è un lavoro profondo e delicato in cui la vicenda umana, intima ed introspettiva, si fonde a quella storica che ha riverberato in tutto il bacino del mediterraneo, culla religiosa e culturale del tempo. Il passaggio più importante per la realizzazione di questa pièce è stato quindi quello di riuscire a conservare questo spirito. Ambrogio una luce da Milano è una narrazione lontana dall’agiografia, è il ricordo di un colosso della cristianità vissuto attraverso le memorie, le impressioni e le analisi di chi è stato al suo fianco, lasciandosi attraversare e modificare dalla forza dirompente e rivoluzionaria di Ambrogio. Simone Tansini, autore della pièce, ha impostato lo spettacolo in forma di dialogo interiore – che potremmo definire monologo polivocale- tra Agostino e le voci che hanno squarciato il tempo, lo spazio e la coscienza, portandogli la notizia della morte dell’amato vescovo di Milano. Per Agostino narrare la storia di Ambrogio significa raccontare di sé, della propria vita, della propria conversione, dei dubbi, delle incertezze, degli sbagli e delle trasformazioni. La grandezza del vescovo di Milano viene rappresentata attraverso la sua storia, ma soprattutto attraverso l’impatto che essa ha avuto sulle vite degli altri e di come questo percorso di cambiamento sia proseguito anche dopo la sua morte. Le genti di Ippona trattengono il fiato con Agostino e sentono la necessità di commuoversi con lui, di vivere un lutto personale come se appartenesse all’intera comunità. Sottesa alla narrazione si avverte una necessità di scoperta dell’Ambrogio uomo, consularis e faro della fede, una tensione emotiva che diventa dialogo tra Agostino e il pubblico, perché conoscere Ambrogio significa scoprire e riscoprire se stessi. Ambrogio una luce da Milano non parla attraverso un solo linguaggio, poiché il dialogo interiore di Agostino si trasforma in musica. In una veste che si affranca dall’idea di semplice accompagnamento, acquisendo il ruolo di macchia sonora che punteggia il racconto espandendone i confini sensoriali attraverso interventi a sostegno della parola e momenti solistici. Proprio in quest’ottica di amplificazione emotiva del linguaggio musicale il M. Adriano Bassi ha composto i brani presenti nello spettacolo, dialogando con l’autore dei testi ed intessendo un sapiente canto e controcanto delle azioni narrate, lasciandosi ispirare da atmosfere musicali che diventano veri e propri affreschi. Ad impreziosire ulteriormente il tessuto di questo spettacolo i cantori della Schola Gregoriana Laudensis, diretti da Giovanni Bianchi, che eleveranno la parola nella sua dimensione più mistica. Ambrogio una luce da Milano diventa così una pièce di più linguaggi che si intrecciano, esaltando e ricreando quelle sensazioni suscitate dal testo primigenio di Marco Garzonio. La storia di Ambrogio, attraverso la sua narrazione, trova così nuova vita, nuova forza, nuova luce. Marco Garzonio – Autore del libro “La vita di Ambrogio narrata da Agostino”, da cui la pièce è tratta.

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Online il video integrale della presentazione del libro “Cristiani testimoni per la chiesa di oggi e di domani. A confronto con Carlo Maria Martini”

Sul canale YouTube della Fondazione, al seguente link, potrete visionare la registrazione della presentazione del libro di Franco Giulio Brambilla e Marco Vergottini “Cristiani Testimoni per la chiesa di oggi e di domani. A confronto con Carlo Maria Martini”, svoltasi giovedì 7 Novembre presso la nostra sede di Via delle Ore,3 a Milano. Intervengono Gianni Borsa – giornalista e Presidente di Azione Cattolica Ambrosiana, Franco Giulio Brambilla – vescovo di Novara, Gaia De Vecchi – professoressa di teologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e Marco Vergottini – teologo e autore del libro. Coordina Fabio Pizzul, Presidente Fondazione Ambrosianeum. Il magistero del cardinale Carlo Maria Martini colpisce per la sua indiscussa attualità e forse ancor più per la sua incisività profetica. Egli ci ha insegnato a pensare il futuro della Chiesa in Italia, e del cristianesimo in Occidente, con una nuova prospettiva conciliare che si riflette sullo stesso uso concettuale e lessicale del termine “laicato” per designare il corpo dei fedeli non consacrati, che è andato in disuso. E Martini lo ha intuito precocemente. Franco Giulio Brambilla e Marco Vergottini avviano, a partire delle suggestioni del Cardinale, un ripensamento radicale del tema, in vista di un riassestamento della “questione laicale”, inserendola nel quadro dei problemi che toccano oggi la vita della Chiesa, dentro il contesto dell’attuale vicenda storico-civile e a servizio della città degli uomini. QUI IL VIDEO

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Online i video integrali degli incontri sull’ECOLOGIA INTEGRALE

Sul canale YouTube della Fondazione, ai seguenti link, potrete visionare i due incontri del ciclo a tema “Ecologia integrale e dintorni. Verso la COP29 di Baku” che hanno avuto luogo presso la nostra sede di Via delle Ore,3 a Milano il 30 Ottobre e il 6 Novembre. PRIMO APPUNTAMENTO: “IL GRIDO DELLA TERRA E(è) IL GRIDO DEI POVERI. A quasi 10 anni dalla Laudato Sii, che cosa insegna ancora l’ecologia integrale?”, introduce e coordina Fabio Pizzul – Presidente Fondazione Ambrosianeum, intervengono Mauro Bossi SJ – Delegato per l’ecologia della Provincia Euromediterranea della Compagnia di Gesù, Simone Morandini – Direttore di “Credere Oggi” e vicedirettore dell’Istituto di Studi Ecumenici San Bernardino, Gaia De Vecchi – Professoressa di teologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Testimonianze di Davide BRAMBILLA e Giovanni FORMIGONI – Rete Internazionale Comunità Laudato Sii, Olgiate Olona QUI IL VIDEO SECONDO APPUNTAMENTO: “ENERGIA PER IL PIANETA. COME AZIONARE IL CAMBIAMENTO”. Introduce e coordina Fabio PIZZUL -Presidente Fondazione Ambrosianeum ETS, Giovanni MORI -Ingegnere energetico, attivista per il clima e autore del podcast News dal pianeta terra, Chiara TINTORI – Politologa e saggista, Paola VALBONESI -Osservatorio italiano povertà energetica QUI IL VIDEO

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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in Fondazione Ambrosianeum

Sergio Mattarella in Fondazione Ambrosianeum ieri, 14 Ottobre 2024, in occasione dell’incontro per celebrare i 60 anni del centro orientamento immigrati Associazione Franco Verga. Nel corso dell’evento sono intervenuti Fabio Pizzul, Presidente della Fondazione Culturale Ambrosianeum; Lino Duilio, Presidente dell’Associazione “Franco Verga”, Giovanni Azzone, Presidente della Fondazione Cariplo e Don Massimo Mapelli. Zahra Masoumi Posthmasari ha portato la sua testimonianza e Adina Rizwan ha recitato la poesia “Ricordanza”. L’artista ucraina Kateryna Dorosh ha eseguito un brano musicale. L’evento si è concluso con l’intervento del Presidente Mattarella. L’Associazione Franco Verga – C.O.I. sviluppa progetti nel territorio di Milano, allo scopo promuovere i diritti e migliorare la qualità della vita degli stranieri, facilitare l’integrazione ed il dialogo interculturale e contribuire alla lotta alla povertà e all’esclusione sociale. Qui di seguito, il discorso integrale del Presidente Mattarella: «Rivolgo un saluto al Sindaco, a tutti i presenti, lietissimo di trovarmi qui, in questa storica sede dell’Ambrosianeum. Quanto abbiamo ascoltato fa ricordare una storia straordinaria di crescita e di integrazione, sviluppatasi a cavallo degli anni ‘60 del secolo scorso. Una vicenda che si lega strettamente a quelle di oggi, con quanto ci rammentava il Presidente di Cariplo. Il proposito di rendere più coesa la nostra società “sostenendo la creazione di valore condiviso, intervenendo sulle disuguaglianze”. Dovremmo, forse, dire una vicenda che riflette l’anima milanese, quella profonda, della generosità, dei diritti, della solidarietà. Perché, Sindaco, so che questa è Milano. La città della Società Umanitaria, della Tazzinetta Benefica, del Pane Quotidiano, dell’Opera cardinal Ferrari. Iniziative radicate in questa città; molte sorte, addirittura, alla fine dell’Ottocento. Altre, come i City Angels, frutto della contemporaneità. Si usa dire che “Milan la ga el cor an man”. Per chi – come me – non è milanese: che Milano ha il cuore in mano. Per voler esprimere, illustrare la capacità di integrazione progressiva su cui Milano ha basato anche il suo sviluppo: la laboriosità dell’immigrazione veneta, l’esodo giuliano-dalmata, l’ondata migratoria dal Meridione. Tutti hanno contribuito alla crescita e al progresso di Milano. In quello che era il triangolo industriale tutte le città recano i segni della industrializzazione e della immigrazione. Ma non sono i manufatti, gli edifici a comporre una città. Sono le persone. La storia italiana è fatta di emigrazione e di immigrazione. Trenta milioni gli italiani partiti per l’estero tra l’unità d’Italia e il secolo scorso. Sei milioni, adesso, quelli che vivono stabilmente all’estero. Oltre un milione e trecentomila gli italiani che si trasferirono dal Meridione al Nord negli anni ‘60. In dieci anni – dal ‘51 al ‘61 – trecentomila soltanto a Milano. Non senza tensioni, in quella che apparve una sorta di contrapposizione – che oggi sembra incomprensibile e ormai consegnata alla cronaca di quegli anni – tra nuovi arrivati e antichi residenti e, invece, anche un dialogo fecondo nelle periferie urbane tra vecchi e nuovi milanesi, tra immigrati e ambiti sociali popolari, spesso – questi – espulsi dai centri storici che avevano abitato. Gli immigrati, in questa grande città, hanno contribuito a farne la storia. E, in essa, una parte è toccata al Centro Orientamento Immigrati, al COI, oggi Associazione Franco Verga, frutto di intuizione, di analisi e di riflessione mature e lungimiranti. Il boom economico svuotava le campagne – toccò a Cremona e Mantova, ad esempio, in Lombardia – per poi sollecitare aree ben più lontane del nostro Paese. Fu il momento delle “Coree” alle periferie della città, nella cintura di centri urbani sin lì assopiti. Il momento di imponenti iniziative di edilizia popolare che avrebbero cambiato la fisionomia di Milano. E Milano, a lungo, ha avuto un apposito Assessorato all’edilizia popolare, per affrontare la crisi delle abitazioni. Nuovi arrivi, com’è naturale, significano nuova dinamica sociale. Le città, in realtà, hanno sempre richiamato energie nuove, dinamismo, innovazione. Già il primo censimento del neonato Regno d’Italia, nel 1861, registrava che la metà dei residenti a Milano non era nata in città. Una dinamica nuova sollecitava partecipazione negli anni ‘60 del secolo scorso. E sorgono così, nel capoluogo lombardo come in altre città, i comitati spontanei di quartiere, per affrontare i problemi quotidiani, per sollecitare le autorità alla soluzione di questi problemi. Il fervore di partecipazione negli anni ‘60 è contagioso, sorgono centri sociali, circoli culturali. Si susseguono indagini sociologiche. Le realtà periferiche, densamente popolate, reclamano, in quell’epoca – e sovente ancora oggi, in alcune città – di divenire protagoniste. E tocca a un gruppo di giovani, raccolti intorno alla figura di un deputato, Franco Verga – giovane anch’egli – rendere concreta la percezione di uno dei fondatori del COI, Giancarlo Moretti – figura di quegli anni non sempre adeguatamente ricordata – anche lui espressione di una periferia, quella del Corvetto – o, come si chiamava in origine, della Gamboloita – che si era reso conto che non occorreva una nuova iniziativa caritatevole che si aggiungesse a quelle già esistenti, ma piuttosto uno strumento di integrazione. Questo lo scopo del Centro orientamento immigrati. Offrire strumenti per alfabetizzare gli immigrati, per sostenerli nella ricerca di una casa e di un lavoro. Sono presenti in questa sala – per quanto mi è stato detto – alcuni dei fondatori, nel 1963, di quello che, all’origine, era un centro studi sui problemi degli immigrati, per divenire poi un esempio straordinario di spinta all’integrazione. Vanno ricordati Giampiero Lecchi, Sandro Bertoja e quanti altri hanno accompagnato, negli anni, l’esperienza. Poc’anzi don Mapelli ci ricordava, evocando don Milani, che trasmettere e “insegnare la lingua e la cultura italiana, accompagnare i giovani e gli adulti che arrivano sul nostro territorio a divenire cittadini significa costruire insieme la città”, riporta a quei tempi. Ai corsi di alfabetizzazione organizzati nel 1964 dal COI.  Perché, all’epoca – può sorprendere – era questa la condizione in cui si trovavano troppo spesso i migranti, pur essi italiani. E fanno bene – Presidente Azzone – la Fondazione Cariplo e l’ACRI ad agire oggi nella direzione di costruire, così, cittadinanza. Franco Verga è – egli stesso – emblematico del dopoguerra a Milano. La biografia che gli ha dedicato Vincenzo La Russa offre spunti interessanti. Dove nasce Verga? Nasce

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RICOSTRUIRE L’ISTRUZIONE TECNICA

Da tempo le nostre aziende industriali lamentano la mancanza di tecnici. Il disallineamento tra la domanda di professioni tecniche e l’offerta supera ormai le 100.000 unità all’anno, una cifra preoccupante che si prevede anche per i prossimi 5 anni con possibili peggioramenti. La percentuale media di insoddisfazione nel reperire personale qualificato da inserire nei propri organici ha raggiunto il 50% e il costo che ne consegue, un disvalore che ricade sulle imprese per le difficoltà di recruiting, è stato stimato in 38 miliardi di euro. Gli effetti negativi sulle aziende sono di vario genere, con il rischio di riposizionare alcuni settori industriali su attività a medio-basso valore aggiunto e a scarso contenuto di innovazione. La mancanza di tecnici causa difficoltà e impossibilità ad acquisire maggiori ordini e nuove commesse, per cui ne deriva non solo una mancata crescita ma il rischio di diminuzione delle vendite, con perdita di competitività. Nello stesso tempo si osserva una diminuzione della produttività e quindi un incremento del costo del lavoro per unità di prodotto, e di conseguenza difficoltà nel fare innovazione, sviluppare nuovi prodotti e nuovi mercati, e tanto altro ancora. Tutto questo comporta un danno economico stimabile in alcuni punti di PIL, con ricadute immediate sul nostro welfare, sia per la parte assistenziale che sul sistema previdenziale, che essendo a ripartizione, avrebbe invece bisogno non solo di un incremento continuo di lavoratori non precari, ma soprattutto di lavoratori con medie e alte conoscenze. Al Paese serve indiscutibilmente l’industria, e in un mondo dove il manufacturing avanzato è il pilastro di tutte le economie evolute, va preservata la nostra manifattura che ancora resiste e continua ad occupare la seconda posizione in Europa dopo la Germania. Ma non sarà così senza un’istruzione tecnica allineata all’avanzamento tecnologico dei nostri tempi. Non è più sufficiente rincorrere il tempo, ma abbiamo l’urgenza di anticipare i tempi. Per dirla con un aforista famoso, “il tempo che ammazzo mi sta ammazzando”. È la ragione per cui sollecitare l’”ultima chiamata” per una policy al fine di mantenere la seconda posizione manifatturiera in Europa. L’istruzione tecnica, che in un lontano passato ha formato la classe dirigente che ha fatto grande il Paese, può diventare di nuovo un’immediata leva strategica per generare crescita economica sostenibile per le nostre imprese, crescita occupazionale non precaria per professioni con media e alta conoscenza, uno strumento infine di regolazione e modulazione dell’emigrazione economica per aprire nuove opportunità di sviluppo al nostro Paese. Le professioni tecniche dell’area industriale e dei servizi associati saranno le professioni chiave per crescere con successo.Occorre però uscire da un immaginario consolidato, esito di un cattivo orientamento scolastico e professionale, dove i mestieri tecnici sono stati considerati per lungo tempoprofessioni di serie B, originate da percorsi scolastici considerati anch’essi di serie B. L’istruzione tecnica, in una economia evoluta, deve essere la punta di diamante del sistemascolastico del Paese e deve potersi confrontare con i maggiori sistemi di istruzione tecnica al mondo. La nostra istruzione tecnica ha bisogno di un processo di reengineering per tornare ad essere di nuovo al servizio del Paese. Perché questo si realizzi occorre un progetto ambizioso che superi l’annosa non consapevolezza del problema e allo stesso tempo coinvolga responsabilmente tutte le parti in gioco, operando oltre gli orizzonti e le certezze dentro cui ci si è mossi finora Il testo si rivolge al corpo intero della società. Alla dirigenza politica, al mondo dell’economia e delle imprese, al mondo del lavoro, al corpo docente e al mondo della scuola e soprattutto alle famiglie e agli studenti accompagnandolinel loro percorso di scelta. Lo fa con un approccio originale, seguendo un percorso trasversale denominato delle tre E, che sono le iniziali di Economy, per partire dalla conoscenza del settore economico industriale, di Employability per riflettere sulle professioni tecniche di quest’area economica e infine “atterrare” nell’area dell’Education, intendendo la Technical Education ossia l’istruzione tecnica nella sua accezione più ampia e più avanzata. Il libro è suddiviso in tre parti. La parte prima per conoscere e familiarizzare con l’istruzione tecnica; la parte seconda per approfondire alcuni argomenti che impattano significativamente sull’istruzione tecnica; la parte terza per offrire punti di partenza per rivisitare l’istruzione tecnica. Gli argomenti proposti accompagnano il lettore nella comprensione metodologica del sistema economico “servito” dall’istruzione tecnica, con una facile rappresentazione e modellizzazione della realtà delle aziende e delle professioni che vi operano, in modo che sia comprensibile e utilizzabile dal mondo della scuola. Naturalmente, le unità di osservazione e di studio per la scuola, nel settore economico industriale, non saranno più le sole aziende, ma il sistema allargato della loro supply chain, intendendo la catena che comprende oltre le aziende i loro clienti e i clienti di quest’ultimi, come i fornitori e i fornitori di costoro. In questa sistemica rappresentazione, il testo aiuta a identificare, comprendere e definire i profili delle professioni che afferiscono all’istruzione tecnica, smontando lo stereotipo che le ha per lungo tempo rappresentate come mestieri a bassa attrattività. Per formare delle buone professioni tecniche occorre una offerta di istruzione tecnica di alto livello, integrata anche con percorsi scolastici extracurricolari on demand, che sia attrattiva non solo per gli studenti e loro famiglie, ma anche per tutti gli altri stakeholder, e finalmente poter raddoppiare in tempi brevi il numero degli iscritti all’istruzione tecnica secondaria e terziaria del settore industriale, non sottovalutando in parallelo il calo demografico che sarà una delle condizioni aggravanti del prossimo futuro. Il libro aiuta a guardare con interesse in casa della Germania, locomotore dell’economia industriale europea, con le sue aziende strettamente interconnesse con le imprese e l’economia italiana, per anticipare e presidiare nuovi scenari di competizione che saranno imposti dalle sempre più imprevedibili sfide dell’economia globale, anche per rafforzare il ruolo manifatturiero del continente europeo. Valerio Ricciardelli

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QUALE EUROPA CI ASPETTA?

INTERVENTO DEL PROFESSOR ANTONIO ZOTTI AL CONVEGNO TENUTOSI IN FONDAZIONE AMBROSIANEUM IL 9 LUGLIO 2024 Fabio Pizzul: Darei la parola ad Antonio Zotti, per capire, dal punto di vista di chi studia da anni le istituzioni europee, che momento stiamo attraversando e cosa cambia dopo questo passaggio elettorale. Antonio Zotti: Proprio perché sono tanti anni che osservo, mi appassiono a quest’oggetto di studio, che, detto tra noi, fra i nostri colleghi molto spesso viene inteso come un oggetto di osservazione abbastanza noioso rispetto ad altri. Io vi dirò qualcosa che spero voi abbiate la pazienza e la voglia di interpretare non soltanto come un tentativo di far la parte del “bastian contrario”; è qualcosa di cui sono profondamente convinto sia come risultato della mia osservazione sia anche con un intento prescrittivo e normativo su come sarebbe bene che il processo di integrazione proceda. È stata usata un’espressione che molto spesso ricorre nei discorsi sull’Unione Europea, “il giusto percorso dell’integrazione europea”. Io sono persuaso che il processo di integrazione europeo è tanto più avanzato, sofisticato e tanto più prettamente politico, quanto meno ha un percorso giusto, predefinito. Fino a poco tempo fa, fino a un decennio fa, il processo di integrazione europeo era predefinito verso sempre una maggiore unità e il concetto di una maggiore unità sostanzialmente veniva identificato con un trasferimento di poteri dai governi nazionali a delle istanze sovranazionali. Poi ci sono le difficoltà, il governo più euroscettico, c’è Brexit, ci sono i danesi che non vogliono entrare nell’unione monetaria, c’è De Gaulle negli anni ‘60 che non vuole fare entrare gli inglesi e così via. In fondo questi sono semplici deviazioni dal giusto percorso che porterà a….. Non sarete ovviamente nuovi all’identificazione, ad esempio, di figure di riferimento nel discorso pubblico: Spinelli, l’idea federalista. Mantenere questa idealità è un intento assolutamente lodevole se qualcuno ci tiene e tuttavia il processo di integrazione politica, nella misura in cui noi vogliamo che sia un processo prettamente politico, non può essere predefinito. Non è un processo teleologico, che ha un fine predefinito. I processi politici non hanno fini predefiniti. La politica è fatta di opzioni che competono fra di loro. A volte si compete con l’utilizzo della violenza, di conflitti. A volte si compete attraverso processi istituzionalizzati come il voto, l’influenza, la pressione. In questo senso, il profilo maggiormente positivo, pure in un contesto che chiaramente ci offre molti motivi di preoccupazione, è il fatto che il processo di integrazione europea, sta diventando davvero politico, davvero contendibile. La salienza del processo di integrazione europeo nel dibattito politico e nel dibattito pubblico non è effettivamente mai stata così alta ed è così alta da quando c’è chi lo contesta apertamente, da quando la contestazione del processo di integrazione europeo non è più una questione limitata alle discussioni all’interno del consiglio dei ministri o in un contesto ancora meno istituzionalizzato che è il consiglio europeo, che fino al ‘79 non esisteva, dal ‘79 con il Trattato di Lisbona non era un’istituzione dell’Unione Europea: era una vecchia conferenza internazionale, i capi di governo che si incontrano e fanno le cose al di sopra del dibattito pubblico, al di sopra anche dei dibattiti parlamentari. Eppure, quelli erano gli anni appunto del cosiddetto “consenso silente” in cui erano tutti d’accordo con l’integrazione europea perché non se ne parlava: la bandiera, l’Erasmus, De Gasperi, Schuman. Ora la contestazione, invece, ci dimostra l’essenza sempre più politica del processo di integrazione. La politica è l’allocazione autoritativa dei valori scarsi, cioè quando qualcosa non accontenta tutti, non c’è modo di accontentare tutti, c’è bisogno di politica: uno dice giallo e uno viola e bisogna confrontarsi. Non ce n’è abbastanza per tutti, non c’è una soluzione che accontenta tutti. Come si fa? Non si è d’accordo e bisogna trovare un modo per convivere senza essere d’accordo: questa è la politica. Se uno è interessato ad avere un’Unione Europea che sia davvero un ente politico, questa politicità dell’UE non può venire se non attraverso la contendibilità politica delle sue scelte. Questa non è soltanto la fola di un analista che ha il piccolo interesse a vedere se diventa politico o no, è solo la politicità del processo che fa si che alcune decisioni cruciali, quali, ad esempio, quali sono i termini ai quali si partecipa a un conflitto o, ancora a monte, quali sono i termini ai quali possiamo procurarci le risorse economiche ma anche politiche di scegliere se farlo o no si può condurre un conflitto, eventualmente anche definendo nuove regole del conflitto. La questione guerra-pace per l’UE, molto spesso, viene presentata in termini “o l’Unione Europea è per la pace e non fa la guerra o è uguale a tutti gli altri e fa la guerra”. L’UE, almeno dagli anni ’90, è impegnata in un lavoro, molto spesso passato assolutamente sotto il radar di dibattiti pubblici, di trasformazione anche degli stessi conflitti. L’UE è impegnata da 30 anni in missioni anche militari, molto spesso sono missioni che hanno una componente civile e una militare. L’UE non manda semplicemente i soldati a fare le cose, insieme ai soldati manda i magistrati, i funzionari delle anagrafi danesi, italiani, portoghesi che servono perché se un Paese è appena uscito da un conflitto e, ad esempio, dopo 2 anni fanno le elezioni serve supporto per come si fanno gli elenchi elettorali, come si informatizzano le cose, come si fa ad avere la polizia locale, i vigili urbani che riescono a evitare conflitti interetnici che possono avvenire perché c’è quello che sta pascolando le pecore nel posto che gli è stato assegnato che in realtà i suoi nonni che avevano un’altra identità etnica…L’UE, in altre parole, non è che nel momento in cui diventa politico perde il suo afflato a trasformare la realtà. La trasforma e, tuttavia, questa trasformazione non è fatta semplicemente attraverso l’adesione a un grande ideale, è fatta attraverso l’esercizio della politica. La politica è fatta appunto dei grandi orientamenti ma anche delle politiche: prendere risorse ad assegnarle al fine di

QUALE EUROPA CI ASPETTA? Leggi tutto »